La storia di un avvocato che tutti odiano: su Netflix, c'è il legal drama più oscuro (e imperdibile) di sempre
Il legal drama Netflix che racconta la storia di un avvocato che difende yakuza e criminali. Scopri perché questa serie giapponese è imperdibile.
Sins of Kujo, adattamento live-action del manga di Shohei Manabe, è arrivato sulla piattaforma il 2 aprile 2026. Lontano anni luce dagli avvocati in giacca e cravatta di Suits o dalle aule patinate delle grandi corporation, questa serie giapponese mostra un protagonista che si sporca le mani nel modo più letterale possibile: difendendo criminali violenti, membri della yakuza e figure dell'underground che nessun altro avvocato vorrebbe nemmeno incontrare.
La storia ruota attorno a Taiza Kujo, interpretato da Yuya Yagira, un avvocato penalista la cui reputazione è quanto meno controversa. Kujo non è il classico difensore d'ufficio con principi incrollabili: accetta clienti che portano con sé fedine penali pesanti, affiliazioni criminali pericolose e storie che metterebbero a rischio la carriera di chiunque. Mentre la sua figura professionale si avvicina pericolosamente a una possibile indagine per illecito legale, entra in scena Shinji Karasuma, giovane avvocato interpretato da Hokuto Matsumura, che diventa il suo assistente legale. La missione di Karasuma è chiara quanto ambiziosa: capire perché Kujo si ostina a difendere casi tanto complessi e moralmente ambigui.
Chi si aspetta un clone di Better Call Saul rimarrà sorpreso. Certo, il parallelismo con Saul Goodman esiste: entrambi operano nelle zone grigie della legge, entrambi accettano clienti discutibili. Ma Sins of Kujo va oltre, costruendo ogni episodio come uno studio sulle diverse sfumature della colpevolezza e dell'innocenza. Non è facile schierarsi con Kujo all'inizio. Le sue motivazioni restano opache, quasi inquietanti. Eppure, la serie riesce a catturare lo spettatore proprio attraverso le storie dei suoi assistiti: alcuni davvero bisognosi di aiuto, intrappolati in un sistema ingiusto; altri genuinamente pericolosi, individui che metterebbero a rischio chiunque li difenda.
Ciò che rende Sins of Kujo davvero particolare è la convinzione di fondo del protagonista: tutti meritano una rappresentanza legale equa. È un principio sacro nelle democrazie moderne, ma la serie lo mette alla prova mostrandone tutte le implicazioni scomode. Cosa succede quando l'avvocato che difende un boss della yakuza crede davvero nel suo diritto a un processo giusto? Fino a che punto si può spingere la lealtà professionale senza compromettere la propria moralità?
A differenza di molti legal drama, Sins of Kujo non si limita alle aule di tribunale o agli uffici tappezzati di codici. La serie offre uno sguardo brutale e non filtrato sulle dinamiche interne delle organizzazioni criminali: la corruzione, la violenza, le gerarchie spietate, gli affari sporchi. Alcune scene possono risultare difficili da guardare, ma questa crudezza è funzionale. Non c'è spazio per l'edulcorazione. La serie mette lo spettatore faccia a faccia con un sistema giudiziario imperfetto e con situazioni che società e istituzioni preferiscono spesso ignorare.
La struttura narrativa della serie non è completamente episodica. C'è un filo rosso che attraversa tutti e dieci gli episodi, ciascuno della durata di circa 40 minuti: la scoperta del passato di Kujo, il rapporto in evoluzione con Karasuma e il ruolo enigmatico di Mibu, figura misteriosa che procura clienti a Kujo e sembra tirare le fila dall'ombra. Questa costruzione rende la visione scorrevole e coinvolgente. Ogni episodio aggiunge un tassello, spingendo lo spettatore a proseguire per scoprire se Kujo riuscirà davvero a proteggere gli innocenti ingiustamente accusati e a liberare criminali che potrebbero distruggere la sua carriera e la sua vita.
La serie non è solo una storia di tribunali. È un dramma umano che parla di scelte impossibili, di princìpi messi alla prova, di persone che vivono ai margini della legalità e della società. È una riflessione sul fatto che la giustizia è molto più complicata di quanto sembri, e che difendere il diritto di qualcuno a un processo equo non significa necessariamente approvare ciò che ha fatto.