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Leonardo DiCaprio e quell'interpretazione da Oscar, ma cosa c'è di vero dietro The Wolf of Wall Street?

La vera storia di Jordan Belfort, il lupo di Wall Street: dalla truffa da 110 milioni di dollari alla prigione, fino ai corsi motivazionali di oggi.

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C'è qualcosa di profondamente americano, e al contempo universale, nella storia di Jordan Belfort. Una parabola fatta di ascese vertiginose e cadute rovinose, di eccessi inimmaginabili e pentimenti calibrati, di spregiudicatezza pura trasformata in saggezza vendibile. The Wolf of Wall Street, il film del 2013 diretto da Martin Scorsese con Leonardo DiCaprio protagonista, ha portato sul grande schermo una vicenda così incredibile da sembrare inventata. Eppure, nella sostanza, è tutto vero. O almeno, è vero quanto può esserlo una storia raccontata dal suo stesso protagonista, un uomo che ha fatto della persuasione la sua arma più affilata.

Nato il 9 luglio 1962 nel Queens, New York, figlio di un contabile senza particolari velleità, Belfort dimostra fin da ragazzo un talento naturale per le vendite. Non si tratta solo di capacità retorica, ma di una comprensione istintiva della psicologia umana, della leva giusta da premere per convincere qualcuno a comprare qualcosa che probabilmente non gli serve. Nel 1987, appena venticinquenne, entra nel mondo di Wall Street come broker alla L. F. Rothschild, una società di investimenti dove incontra Mark Hanna, il trader che nel film Matthew McConaughey interpreta in una scena memorabile.

La carriera di Belfort alla Rothschild dura poco. Il 19 ottobre 1987, il lunedì nero travolge le borse di tutto il mondo: Wall Street perde il 22,61 per cento in un solo giorno. Belfort perde il lavoro e si ritrova a dover ricominciare da capo. Trova impiego alla Investors Center, una piccola società che vende penny stocks, azioni dal valore inferiore al dollaro, ad alto rischio e altissima volatilità. È lì che Belfort intuisce il meccanismo che lo renderà milionario e, successivamente, criminale.

Belfort e il suo socio Danny Porush, chiamato Donnie Azoff nel film e interpretato da Jonah Hill, comprano massicce quantità di azioni di società sconosciute o traballanti. Poi ordinano ai loro broker di venderle in modo aggressivo a investitori poco informati, gonfiandone artificialmente il prezzo attraverso pressioni commerciali aggressive e informazioni fuorvianti. Quando il valore è salito abbastanza, rivendono tutto ricavando profitti enormi grazie alle commissioni. Le azioni, private del supporto artificiale, crollano lasciando gli investitori con un pugno di mosche. È il classico schema pump and dump, pompa e scarica, una truffa antica quanto la Borsa stessa.

Nel 1989 nasce ufficialmente la Stratton Oakmont, la società che Belfort e Porush fondano insieme. Il nome è scelto appositamente per suonare prestigioso, solido, anglosassone. In realtà opera da un capannone prima e da un open space successivamente, dove centinaia di giovani broker lavorano in un ambiente frenetico, competitivo, alimentato da una cultura aziendale tossica fatta di eccessi. Nel momento di massimo splendore, la Stratton Oakmont conta circa mille dipendenti, quasi tutti impegnati nelle vendite.

Belfort diventa il re di questo regno malato. Sale su un piccolo palco nella sala principale, microfono alla mano, e tiene discorsi motivazionali deliranti davanti a una platea di giovani affamati di soldi. Promette ricchezza, potere, donne. E mantiene le promesse, almeno per un po'. Le feste organizzate dalla società sono leggendarie: alcol a fiumi, prostitute, nani lanciati contro bersagli per divertimento, scimpanzé vestiti eleganti. Non è esagerazione cinematografica, è cronaca.

Per nascondere i proventi illeciti, Belfort organizza un sofisticato sistema di riciclaggio attraverso banche svizzere. A collaborare sono la madre e la zia della moglie, che contrabbandano denaro oltreconfine. È uno schema che funziona per anni, finché l'FBI non comincia a stringere il cerchio. Nel 1999, dopo anni di indagini, Belfort si dichiara colpevole di frode e riciclaggio di denaro. Per evitare una condanna più pesante, decide di collaborare con l'FBI, fornendo informazioni su altri attori del sistema finanziario corrotto. Nel 2003 viene condannato a quattro anni di prigione e a pagare una multa di 110,4 milioni di dollari come risarcimento alle vittime. Passa dietro le sbarre solo ventidue mesi.

Scorsese, adattando il libro di Belfort per il cinema, ha scelto di mantenere una prospettiva soggettiva. Il film è raccontato interamente dalla voce fuori campo di Belfort, che si rivolge direttamente allo spettatore. È un espediente narrativo che permette al regista di prendere licenze poetiche senza tradire la realtà: ciò che vediamo è la storia di Belfort vista da Belfort, con tutte le esagerazioni, le omissioni, le ricostruzioni a proprio favore che questo comporta.

La verità, come spesso accade, sta probabilmente nel mezzo. Belfort è un personaggio complesso, contraddittorio, emblematico di un'epoca in cui la linea tra successo e crimine si è fatta sottilissima. La sua storia solleva domande scomode sul capitalismo, sull'etica degli affari, sulla capacità della società di perdonare e reintegrare chi ha sbagliato. E pone anche un interrogativo più personale: possiamo davvero fidarci di qualcuno che ha fatto della manipolazione la propria arte?

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