Mascolinità tossica e violenza, in questa serie su Prime Video che trascende il dramma procedurale
Raakh su Prime Video: analisi della serie con Ali Fazal che indaga mascolinità tossica e violenza nell'India post-coloniale. Crime drama profondo e necessario.
A prima vista, Raakh si presenta come un classico poliziesco procedurale. Otto episodi che raccontano la scomparsa di Sahil e Suman Arora, due fratelli che nel 1978 si dileguano nel nulla mentre si dirigono verso gli uffici della All India Radio a Nuova Delhi. La serie, disponibile su Prime Video con Ali Fazal, Sonali Bendre e Aamir Bashir, è una rilettura romanzata del famigerato caso Ranga-Billa, uno dei crimini più brutali dell'India post-indipendenza. Ma fermarsi alla superficie del crime drama significherebbe perdere completamente il punto. Perché Raakh non è davvero una serie sui delitti.
È una serie sulla mascolinità, su cosa significhi essere uomo in India e su cosa accade quando quell'identità viene strappata via, pezzo per pezzo, fino a lasciare solo cenere. Raakh, appunto: cenere. Ali Fazal interpreta Jayprakash, un sottoispettore figlio di un ex agente della stessa divisione, incaricato di indagare sull'omicidio. Dall'altra parte della barricata emotiva ci sono i genitori distrutti dal dolore: il tenente colonnello Ashok Arora, interpretato da Bashir, e Mona Arora, a cui Sonali Bendre dona una vulnerabilità straziante. Il cast si impegna con convinzione nei ruoli assegnati, anche se occasionalmente il montaggio tradisce i momenti più intensi dei genitori, tagliando bruscamente le loro scene più cariche di emozione.Un peccato, perché ciò che Bendre mette in campo merita di essere trattenuto sullo schermo più a lungo. La serie non tiene nascosto il mistero su chi abbia ucciso i due ragazzi nel sedile posteriore di un'auto. La risposta arriva presto: sono stati Rajjo e Babu. Ma il vero interrogativo che Raakh continua a porre non è "chi" o "come", bensì "perché". E la risposta sta nella frattura della mascolinità, nella violenza come strumento disperato per ricomporre un'identità andata in pezzi. La violenza, nella serie, è legata a doppio filo con l'umiliazione maschile. Con la vergogna inflitta dallo Stato, con la pressione sociale a "comportarsi da uomo".
La campagna di sterilizzazione forzata promossa da Sanjay Gandhi durante l'Emergenza del 1975-1977 rappresenta uno degli atti più invasivi di violenza statale contro la mascolinità post-coloniale in India. È proprio questa ferita storica a segnare il personaggio di Rajjo. La sua "mancanza di virilità", come la definisce Babu, deriva dalla vergogna legata alla vasectomia subita. Babu usa questa cicatrice psicologica come leva per costringerlo a commettere crimini, per dimostrargli che può finalmente diventare un vero uomo. Associando questa ferita al personaggio di Rajjo, la serie rifiuta la strada più facile: quella di renderlo semplicemente mostruoso.
Rajjo questiona, esita, dubita. Prima di rubare, prima di rapire un bambino, prima di uccidere i fratelli Arora. Ma ogni volta viene trascinato oltre il limite dalla pressione di Babu e persino dal cognato, che trasforma la sua presunta inadeguatezza in un ritornello costante. Rajjo assorbe tutto fino a quando le sue insicurezze si trasformano in carburante per la violenza e il bisogno di dominio. Ma attenzione: la serie cammina su una linea sottilissima. Il passato di Rajjo aiuta a comprendere la forma della sua rabbia, non a giustificare ciò che diventa. Non c'è redenzione facile qui. E la violenza di Babu e Rajjo non si limita alle donne.Anche gli uomini che non rientrano negli schemi rigidi della mascolinità tossica diventano bersagli. Ciò che redime Raakh dal rischio di essere l'ennesimo poliziesco è proprio la sua critica feroce: chi ha il diritto di essere chiamato uomo e cosa significa davvero esserlo. In un panorama dove le serie televisive indiane stanno finalmente esplorando territori più complessi e scomodi, Raakh si inserisce come una voce necessaria. Non offre risposte facili, chiede solo di guardare, davvero, cosa resta quando la cenere si deposita.