“Non sono un regista, sono un influencer”: Ridley Scott attacca Hollywood e i film di supereroi
Ridley Scott si definisce un “influencer” per la sua capacità di anticipare Hollywood e critica il cinema di oggi, troppo legato a formule già viste e ai supereroi.
A 89 anni, quando molti penserebbero alla pensione o quantomeno a rallentare, Ridley Scott continua a provocare, spiazzare e ridefinire i confini del proprio mestiere. In una recente intervista al Times of London, il leggendario regista britannico ha lasciato tutti a bocca aperta con un'affermazione che suona quasi come un manifesto generazionale capovolto: "Non sono un filmmaker, sono un influencer".
Queste dichiarazioni potrebbero sembrare una battuta, ma Scott ha effettivamente influenzato generazioni di cineasti e plasmato l'immaginario collettivo con opere che hanno ridefinito interi generi. Blade Runner ha reinventato la fantascienza cyberpunk nel 1982, creando un'estetica distopica che ancora oggi permea videogiochi, serie tv e romanzi. Alien ha trasformato l'horror nello spazio in qualcosa di visceralmente terrificante e artisticamente ambizioso. Thelma & Louise ha sovvertito il road movie rendendolo un manifesto femminista. Il Gladiatore ha resuscitato il kolossal storico quando sembrava definitivamente sepolto.
Tre nomination agli Oscar come miglior regista testimoniano il riconoscimento accademico, ma l'influenza di Scott va ben oltre i premi. Il suo cinema ha anticipato tendenze, creato mode, ispirato intere generazioni di filmmaker. In questo senso, la sua autodefinizione come "influencer" acquisisce una dimensione meno provocatoria e più accurata: Scott ha l'ambizione di influenzare nuove generazioni di creativi.
Il prossimo lavoro in uscita si intitola The Dog Stars e vede protagonisti Jacob Elordi, Margaret Qualley e Josh Brolin. Scott descrive Elordi come "una grande star" e conferma che sul set "siamo andati d'accordissimo". La scelta di dirigere questo film, spiega il regista, nasce da una frustrazione palpabile verso l'omologazione narrativa di Hollywood. "Guarda, ormai tutto ruota attorno a una ragazza assassinata nei boschi, o a un agente dell'FBI migliore di chiunque altro, oppure a un supereroe", attacca Scott senza mezzi termini.
"Cavolo, devono pur esistere altre storie da raccontare", suggerendo che all'interno dell'industria cinematografica devono prendersi più rischi nel realizzare nuovi film. Scott teme infatti che in grandi studios siano sempre più appiattiti su formule ripetitive e franchise interminabili. A novembre, l'Academy gli conferirà un Oscar alla carriera durante i Governors Awards, insieme a Glenn Close e Floyd Norman, primo animatore afroamericano della Disney. Un riconoscimento meritato per un percorso che ha attraversato sei decenni, producendo alcuni dei film più iconici della storia del cinema.
Scott non si accontenta di fare film: vuole che quei film cambino il modo in cui gli altri pensano al cinema. Vuole aprire strade, non percorrere quelle già battute. Vuole influenzare la direzione dell'industria, non limitarsi a seguirla. A 89 anni, con una filmografia che farebbe invidia a chiunque e un Oscar alla carriera in arrivo, Ridley Scott continua a guardare avanti con l'inquietudine di chi non ha ancora finito di dire la sua. E forse è proprio questa irrequietezza, questa fame di sperimentazione, a renderlo davvero un influencer nel senso più nobile del termine: qualcuno che non si limita a creare contenuti, ma plasma il futuro di un'intera forma d'arte.