Perché nei film sul gioco si sceglie sempre lo stesso tavolo
Dal Casinò di Scorsese al prequel di Ocean's Eleven: perché i protagonisti puntano sempre ai tavoli e quasi mai alle macchine. Il motivo è matematico.
Nei film sul gioco d'azzardo i protagonisti scelgono sempre lo stesso tavolo: dietro la scelta c'è un calcolo
Le prime foto dal set del prequel di Ocean's Eleven sono arrivate la scorsa settimana da una strada di Parigi, con Margot Robbie, Bradley Cooper e Monica Barbaro in costume anni Sessanta. La produzione, che Cooper firma anche come regista, nei prossimi mesi si sposterà verso Nizza e Monaco, dove è ambientato il colpo: il Gran Premio del 1962, l'epoca d'oro della Formula 1 e delle sale da gioco del Principato. L'uscita è fissata per il giugno del 2027. È il segnale più visibile di un ritorno che si stava già preparando altrove, tra un catalogo streaming e l'altro.
Il conto è presto fatto. Ace Rothstein gestisce il piano di gioco ma calcola sulle carte e sugli allibratori. Lord Doyle resta inchiodato al tavolo delle carte per intere nottate. La squadra di Danny Ocean, nella trilogia di Steven Soderbergh, il gioco lo salta del tutto e va dritta al caveau. In 21, tratto dal libro di Ben Mezrich sul gruppo di studenti del MIT, il bersaglio è il blackjack. Le macchine restano sullo sfondo, luci e rumore, mai il centro dell'inquadratura. Come abbiamo raccontato quando il film di Scorsese è approdato su Netflix, la tragedia di Ace nasce proprio dall'illusione di poter governare le persone con la stessa freddezza con cui governa le probabilità.
Non è una licenza narrativa. Il personaggio di De Niro è modellato su Frank “Lefty” Rosenthal, l'allibratore che negli anni Settanta arrivò a dirigere contemporaneamente quattro strutture di Las Vegas, tra cui lo Stardust, per conto della mafia di Chicago. La sua storia arriva sullo schermo attraverso il libro-inchiesta di Nicholas Pileggi, poi sceneggiato insieme a Scorsese. Rosenthal era un uomo di numeri prima che di malavita, e il film ne conserva l'ossessione, affidando alla voce fuori campo il compito di spiegare come funziona la macchina che Ace amministra.
Le slot proposte dai migliori casinò tra quelli legali ADM viaggiano in media tra il 95 e il 97 per cento di ritorno al giocatore, la roulette europea si assesta poco sopra, il baccarat arriva al 98,9 per cento e il blackjack tocca il 99,5, con singoli tavoli che sfiorano il 99,8. Tradotto in soldi: su una macchina al 96 per cento il banco trattiene quattro euro ogni cento giocati, al blackjack ne trattiene cinquanta centesimi. Una scena costruita su quel quattro per cento non ha nessuna tensione da offrire, perché il finale è già scritto e non dipende da chi è seduto lì davanti.
Lo stesso principio spiega un dettaglio che i film mostrano senza mai commentarlo. La roulette europea ha trentasette caselle, quella americana trentotto: basta lo zero in più a portare il vantaggio del banco dal 2,7 al 5,26 per cento, quasi il doppio. È la ragione per cui una scena ambientata a Monte Carlo e una ambientata a Las Vegas raccontano, tecnicamente, due giochi diversi con lo stesso nome. Il pubblico non lo registra, ma gli sceneggiatori che si affidano a consulenti di gioco lo sanno benissimo.
Il poker occupa una posizione a parte, e per questo il cinema lo ama più di ogni altro gioco. Ai tavoli di poker non si gioca contro il banco, che si limita a trattenere una commissione sul piatto: si gioca contro altre persone. È la struttura perfetta per un film, perché il conflitto è già dentro le regole. Da Cincinnati Kid fino a Molly's Game, la partita funziona come un dialogo mascherato da gioco, dove chi vince lo fa leggendo l'avversario e non la matematica.
Berger, in Ballad of a Small Player, sceglie la strada opposta e la sceglie di proposito. Il gioco su cui il protagonista si rovina è quasi privo di decisioni: si punta e si aspetta la carta, senza abilità che tengano. Adattando il romanzo di Lawrence Osborne, il regista di Conclave usa proprio quella passività per raccontare un uomo che ha smesso di scegliere. La critica si è divisa, ma il pubblico lo ha spinto al secondo posto della classifica mondiale Netflix.
Quando le riprese arriveranno a Monaco, il Principato tornerà a essere quello che il cinema ha sempre voluto che fosse: un fondale di velluto dove si decide qualcosa di importante. Le percentuali, intanto, resteranno quelle di sempre, stampate nei report mensili che nessun personaggio leggerà mai.