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Perché nei film sul gioco si sceglie sempre lo stesso tavolo

Dal Casinò di Scorsese al prequel di Ocean's Eleven: perché i protagonisti puntano sempre ai tavoli e quasi mai alle macchine. Il motivo è matematico.

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Nei film sul gioco d'azzardo i protagonisti scelgono sempre lo stesso tavolo: dietro la scelta c'è un calcolo

Le prime foto dal set del prequel di Ocean's Eleven sono arrivate la scorsa settimana da una strada di Parigi, con Margot Robbie, Bradley Cooper e Monica Barbaro in costume anni Sessanta. La produzione, che Cooper firma anche come regista, nei prossimi mesi si sposterà verso Nizza e Monaco, dove è ambientato il colpo: il Gran Premio del 1962, l'epoca d'oro della Formula 1 e delle sale da gioco del Principato. L'uscita è fissata per il giugno del 2027. È il segnale più visibile di un ritorno che si stava già preparando altrove, tra un catalogo streaming e l'altro.

Perché il casinò, come ambientazione, non se n'era mai davvero andato. Ballad of a Small Player di Edward Berger ha portato Colin Farrell nei saloni di Macao, dove il suo Lord Doyle brucia quel che gli resta a un gioco di carte affine al baccarat. Netflix ha rimesso in catalogo il Casinò di Martin Scorsese, che di anni ne compie trentuno, e il prequel degli Ocean's è entrato in lavorazione. Messi in fila, questi film hanno in comune un dettaglio preciso: i protagonisti si siedono quasi sempre allo stesso tipo di tavolo e non toccano quasi mai le macchine.

Il conto è presto fatto. Ace Rothstein gestisce il piano di gioco ma calcola sulle carte e sugli allibratori. Lord Doyle resta inchiodato al tavolo delle carte per intere nottate. La squadra di Danny Ocean, nella trilogia di Steven Soderbergh, il gioco lo salta del tutto e va dritta al caveau. In 21, tratto dal libro di Ben Mezrich sul gruppo di studenti del MIT, il bersaglio è il blackjack. Le macchine restano sullo sfondo, luci e rumore, mai il centro dell'inquadratura. Come abbiamo raccontato quando il film di Scorsese è approdato su Netflix, la tragedia di Ace nasce proprio dall'illusione di poter governare le persone con la stessa freddezza con cui governa le probabilità.

Non è una licenza narrativa. Il personaggio di De Niro è modellato su Frank “Lefty” Rosenthal, l'allibratore che negli anni Settanta arrivò a dirigere contemporaneamente quattro strutture di Las Vegas, tra cui lo Stardust, per conto della mafia di Chicago. La sua storia arriva sullo schermo attraverso il libro-inchiesta di Nicholas Pileggi, poi sceneggiato insieme a Scorsese. Rosenthal era un uomo di numeri prima che di malavita, e il film ne conserva l'ossessione, affidando alla voce fuori campo il compito di spiegare come funziona la macchina che Ace amministra.

Il motivo per cui la macchina resta ai margini della scena è meno letterario di quanto sembri. Ogni gioco restituisce ai giocatori una quota diversa di quanto raccoglie, e la forbice tra i tavoli e le macchine è molto più larga di quanto il pubblico immagini. La differenza non riguarda la fortuna della singola serata, che resta imprevedibile ovunque, ma quello che succede quando si allunga il tempo di gioco.

Le slot proposte dai migliori casinò tra quelli legali ADM viaggiano in media tra il 95 e il 97 per cento di ritorno al giocatore, la roulette europea si assesta poco sopra, il baccarat arriva al 98,9 per cento e il blackjack tocca il 99,5, con singoli tavoli che sfiorano il 99,8. Tradotto in soldi: su una macchina al 96 per cento il banco trattiene quattro euro ogni cento giocati, al blackjack ne trattiene cinquanta centesimi. Una scena costruita su quel quattro per cento non ha nessuna tensione da offrire, perché il finale è già scritto e non dipende da chi è seduto lì davanti.

Lo stesso principio spiega un dettaglio che i film mostrano senza mai commentarlo. La roulette europea ha trentasette caselle, quella americana trentotto: basta lo zero in più a portare il vantaggio del banco dal 2,7 al 5,26 per cento, quasi il doppio. È la ragione per cui una scena ambientata a Monte Carlo e una ambientata a Las Vegas raccontano, tecnicamente, due giochi diversi con lo stesso nome. Il pubblico non lo registra, ma gli sceneggiatori che si affidano a consulenti di gioco lo sanno benissimo.

C'è poi una questione di ritmo, e riguarda il mestiere di chi gira. Una slot chiude una partita in tre secondi e la ripete identica per ore, senza una decisione da prendere e senza nessuno di fronte a cui nasconderla. Un tavolo di blackjack impone attese, scelte, un mazziere, altri giocatori intorno. La macchina cancella tutto quello di cui una scena ha bisogno, cioè qualcuno che decide qualcosa mentre qualcun altro lo guarda decidere. Non stupisce che l'unica volta in cui le slot diventano protagoniste sia nei montaggi che raccontano la dipendenza, dove la ripetizione è esattamente il punto.

Il poker occupa una posizione a parte, e per questo il cinema lo ama più di ogni altro gioco. Ai tavoli di poker non si gioca contro il banco, che si limita a trattenere una commissione sul piatto: si gioca contro altre persone. È la struttura perfetta per un film, perché il conflitto è già dentro le regole. Da Cincinnati Kid fino a Molly's Game, la partita funziona come un dialogo mascherato da gioco, dove chi vince lo fa leggendo l'avversario e non la matematica.

Berger, in Ballad of a Small Player, sceglie la strada opposta e la sceglie di proposito. Il gioco su cui il protagonista si rovina è quasi privo di decisioni: si punta e si aspetta la carta, senza abilità che tengano. Adattando il romanzo di Lawrence Osborne, il regista di Conclave usa proprio quella passività per raccontare un uomo che ha smesso di scegliere. La critica si è divisa, ma il pubblico lo ha spinto al secondo posto della classifica mondiale Netflix.

Il prequel degli Ocean's, in questo senso, aggira l'ostacolo nel modo più elegante possibile. Nella saga di Soderbergh nessuno ha mai giocato sul serio: si studiano le piante degli edifici e si corrompono i dipendenti. Il casinò diventa un bersaglio da svaligiare, e i protagonisti restano gli unici in sala a non correre alcun rischio statistico. Ambientare la storia dei genitori di Danny Ocean attorno a un Gran Premio del 1962 sposta il baricentro ancora più lontano dal gioco, verso il glamour di un evento sportivo.

Quando le riprese arriveranno a Monaco, il Principato tornerà a essere quello che il cinema ha sempre voluto che fosse: un fondale di velluto dove si decide qualcosa di importante. Le percentuali, intanto, resteranno quelle di sempre, stampate nei report mensili che nessun personaggio leggerà mai.

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