“Questo cane mi ha salvato la vita”: dopo Due Spicci, Zerocalcare racconta il legame con Ziggy
Zerocalcare ha raccontato come l'arrivo del cane Ziggy lo abbia aiutato a uscire da un periodo di forte burnout, cambiando il suo rapporto con il lavoro e la vita quotidiana.
Per anni, le storie di Zerocalcare sono state popolate quasi esclusivamente da due presenze: il suo alter ego disegnato e l'Armadillo, quella voce della coscienza che lo accompagna in ogni tavola e in ogni riflessione esistenziale. La casa, nei suoi fumetti, è sempre stata un rifugio solitario, uno spazio protetto dove elaborare ansie, paure e contraddizioni. Ma nella vita reale di Michele Rech, qualcosa è cambiato in modo profondo e inaspettato: l'arrivo di Ziggy, un cane meticcio il cui nome è un omaggio a David Bowie. E questa importante novità nella sua vita ha avuto delle ripercussioni anche in Due Spicci.
Non è stata un'adozione pianificata, non c'è stato un canile di mezzo. Ziggy è arrivato quasi per caso, affidato da una persona che lo teneva in stallo da circa un anno e non poteva più occuparsene. "L'ho ereditato io" racconta il fumettista romano, descrivendo l'animale come un vivace incrocio tra un Setter e un Jack Russell. Eppure, dietro questa casualità apparente, si nascondeva qualcosa di più profondo: una necessità che covava da tempo, emersa persino nelle pagine dei suoi lavori. "Cominciavo a stare in fissa coi cani, evidentemente smaniavo per questa cosa" ha ammesso Zerocalcare, riconoscendo come il desiderio di condividere la propria vita con un animale fosse già presente, anche inconsciamente.L'arrivo di Ziggy ha coinciso con uno dei momenti più bui della vita di Rech. Il fumettista ha raccontato senza filtri di essersi ritrovato intrappolato in una spirale di lavoro compulsivo che lo aveva portato vicino al burnout: "Lavoravo fino a 14 ore al giorno. Era un momento molto buio, ero impantanato in un abisso. Non riuscivo a staccare". Una condizione che molti lavoratori creativi conoscono fin troppo bene, quella in cui i confini tra vita e professione si dissolvono, lasciando spazio a un'ossessione produttiva che divora tutto il resto.
In quel contesto di esaurimento psicofisico, Ziggy non è stato semplicemente un nuovo compagno di vita: è stato una vera ancora di salvezza. "Questo cane mi ha salvato la vita" ha confessato Zerocalcare, senza retorica né eccessi. Le esigenze quotidiane dell'animale, apparentemente banali come una passeggiata o il rispetto di orari precisi, hanno rappresentato una rottura necessaria con quei meccanismi autodistruttivi. "Lui mi regolarizza. Sono riuscito a prendere le distanze da certi meccanismi del lavoro. Mi ha imposto nuovi ritmi" spiega il fumettista.
Non si è trattato solo di una questione logistica o organizzativa, visto che l'impatto più forte ha riguardato la sfera emotiva e psicologica. Prendersi cura di un essere vivente che dipende totalmente da te genera un tipo di responsabilità che va oltre il dovere: diventa relazione, scambio, legame. "Credo che questo cane mi abbia sbloccato anche su un piano emotivo. Avere una creatura che dipende totalmente da te è una cosa forte" ha dichiarato Rech. E poi, la riflessione più intensa: "Mi agita molto pensare al fatto che passerà tutta la sua vita con me, e con me morirà".È una frase che colpisce, perché tocca il cuore della condizione umana: il tempo condiviso, la consapevolezza che ogni legame porta con sé anche la certezza della perdita. Per un autore abituato a raccontare le ansie generazionali, le nevrosi contemporanee e i grandi temi sociali attraverso l'ironia e l'autoanalisi spietata, questa riflessione sulla mortalità condivisa rappresenta forse uno degli snodi più personali e universali al tempo stesso.
Oggi Ziggy è diventato una presenza fissa nella vita pubblica di Zerocalare. Compare regolarmente sui social network, accompagna il fumettista agli eventi, sale sui palchi contorcendosi a pancia in su, esplora gli studi radiofonici. È diventato, in un certo senso, parte del mondo narrativo di Rech, anche se in carne e ossa. Eppure, mantenendo quel distacco ironico che lo contraddistingue, quando gli viene chiesto se consideri Ziggy come un figlio, la risposta del fumettista è pragmatica e spiazzante: "No, piuttosto un socio con poca indipendenza".
Una definizione che suona leggera, ma che nasconde molto. Perché dietro quel "socio" c'è il riconoscimento di una partnership autentica, di un rapporto che ha ridisegnato gli equilibri quotidiani, i ritmi emotivi, persino il modo di concepire il tempo e la solitudine. Ziggy non è un accessorio né una proiezione: è una presenza concreta che ha costretto Zerocalcare a rallentare, a ritrovare un equilibrio, a riconnettersi con una dimensione di cura che forse aveva dimenticato. La storia di Zerocalcare e Ziggy è anche il racconto di come, a volte, la salvezza arrivi da dove meno te lo aspetti. Non da una decisione razionale, né da un percorso terapeutico strutturato, ma da un cane arrivato quasi per caso, che con le sue esigenze semplici e inderogabili ha spezzato una catena invisibile.
E proprio per questo non sorprende che anche in Due spicci, la nuova serie di Zerocalcare su Netflix, la presenza di un cane assuma un ruolo centrale nella storia, quasi come il riflesso di un cambiamento vissuto in prima persona dall'autore. È una vicinanza tra vita e racconto che rende ancora più autentiche le sue opere. Perché, come dimostra la storia di Ziggy, anche un autore abituato a vivere nella propria testa può scoprire che condividere lo spazio con qualcun altro, anche se a quattro zampe, può fare la differenza tra l'abisso e la luce.