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Questo film di fantascienza su Prime Video ha diviso Hollywood (ma nessuno ha capito davvero)

Questo film esplora cosa accadrebbe se gli alieni vincessero e governassero la Terra. Analisi del film di Rupert Wyatt su oppressione, resistenza e controllo sociale.

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È una domanda che ci portiamo dietro dall'infanzia, da quando i film di fantascienza ci hanno insegnato a temere l'invasione dallo spazio. Ma Hollywood, nella sua infinita prevedibilità, ci ha sempre mostrato lo stesso schema: gli alieni arrivano, devastano tutto, l'umanità si riscatta con un colpo di genio e alla fine vinciamo noi. I cattivi tornano nello spazio, noi ricostruiamo, fine dei giochi. Captive State - La ribellione nascosta (disponibile su Prime Video), il film del 2019 diretto da Rupert Wyatt, fa saltare completamente questo schema e ci chiede: e se invece perdessimo? E se gli extraterrestri decidessero di restare, di governarci, di riorganizzare la società a loro immagine e somiglianza? La risposta che offre è scomoda, affascinante e tremendamente attuale. Ambientato in una Chicago post-invasione, il film ci mostra un mondo dove l'umanità ha accettato una resa incondizionata. Gli alieni non sono più il nemico da sconfiggere in un atto finale esplosivo: sono diventati l'autorità, il potere costituito, coloro che decidono le regole del gioco.

La polvere dell'invasione si è posata da tempo, le macerie sono state rimosse e al loro posto è sorto un nuovo ordine mondiale. Un ordine che, statistiche alla mano, ha ridotto la criminalità e portato stabilità. Il prezzo? La libertà, ovviamente. Wyatt, che aveva già dimostrato di saper maneggiare la fantascienza con urgenza politica in L'alba del pianeta delle scimmie del 2011, costruisce un'allegoria stratificata sulla sorveglianza, il controllo sociale e l'accettazione passiva della tirannia. Chicago diventa il microcosmo perfetto per questa storia: una città già segnata da disparità economiche e criminalità, ora divisa in distretti dove i più poveri vivono sotto un controllo ancora più ferreo. I dispositivi digitali sono stati banditi, i cittadini lavorano in fabbriche che cancellano dati e memorie, mentre le élite collaborazioniste prosperano. Al centro della narrazione c'è Gabriel, interpretato da Ashton Sanders, il giovane attore che ci aveva stregato in Moonlight.

Gabriel vive in uno dei distretti più poveri, cerca di sopravvivere e di dimenticare. Suo fratello Rafe, interpretato da Jonathan Majors, aveva guidato una resistenza contro il regime alieno prima di morire. O almeno, così sembra. Gabriel si trova intrappolato tra il ricordo di un fratello eroe e la presenza opprimente di Mulligan, un poliziotto locale dal volto di John Goodman, che aveva lavorato con suo padre e che ora lo osserva con un misto di protezione e sospetto. Goodman, attore dalla presenza magnetica capace di incarnare sia la bonaria affidabilità che l'ambiguità morale, è perfetto nel ruolo di Mulligan. Un uomo che ha scelto di collaborare con il nuovo ordine, convinto che un'altra rivoluzione stia per esplodere e determinato a soffocarla sul nascere. Il suo rapporto con Gabriel è il cuore emotivo del film, anche se la sceneggiatura fatica a dargli tutto lo spazio che meriterebbe.

Ed è qui che Captive State mostra le sue crepe. Il film è stato girato oltre due anni prima dell'uscita, spostato più volte nel calendario e chiaramente vittima di un travagliato percorso produttivo. Si vede. Il montaggio è confuso, la struttura narrativa presenta buchi inspiegabili: Sanders scompare dallo schermo per lunghi tratti senza alcuna giustificazione, il focus salta da un personaggio all'altro senza un centro gravitazionale stabile. Wyatt e la co-sceneggiatrice Erica Beeney hanno imbottito la trama di colpi di scena e depistaggi per costruire un finale a sorpresa, ma quando arriva, invece di illuminare tutto quello che abbiamo visto, lascia dietro di sé una scia di domande senza risposta. Eppure, nonostante questi difetti strutturali evidenti, Captive State rimane un'esperienza che vale la pena affrontare. Perché ha qualcosa che manca alla maggior parte dei film di fantascienza mainstream: il coraggio di provare qualcosa di diverso.

Il vero tema del film, quello che pulsa sotto la superficie disordinata, è la normalizzazione dell'oppressione. Come una società accetta gradualmente l'inaccettabile in cambio di sicurezza. Come la paura può trasformarsi in consenso. Come il potere si legittima attraverso la collaborazione di chi governa in suo nome. Sono domande che risuonano ben oltre i confini della fantascienza, che parlano di oggi, di sorveglianza di massa, di tecnologie di controllo, di equilibri tra libertà e sicurezza. Focus Features, lo studio che ha distribuito il film, deve aver capito presto di avere per le mani un prodotto difficile da vendere. Commercializzato come un action movie alieno, Captive State è in realtà un thriller cerebrale, pesante di idee e leggero di esplosioni. L'embargo sulle recensioni è stato alzato solo all'ultimo momento, segno evidente che lo studio temeva il passaparola. E infatti il film è passato quasi inosservato al botteghino, vittima di aspettative disattese e di una campagna marketing che prometteva qualcosa di completamente diverso.

Ma è proprio in questa imperfezione che Captive State trova la sua identità. Non è il capolavoro che avrebbe potuto essere, non ha la coerenza narrativa di District 9 né l'intelligenza strutturale di Arrival. È un film ambizioso che collassa parzialmente sotto il peso delle proprie ambizioni, un progetto che morde più di quanto possa masticare. Eppure, in un panorama cinematografico sempre più dominato da franchise prevedibili e formule collaudate, c'è qualcosa di profondamente onesto in questo fallimento parziale. Perché Captive State prova, con tutte le sue forze, a fare qualcosa di diverso. Prova a raccontare non l'invasione aliena, ma ciò che viene dopo. Prova a esplorare le zone grigie morali di una resistenza contro un potere che ha portato, sulla carta, anche benefici. Prova a costruire un mondo complesso con risorse limitate. E se il risultato finale è diseguale, pieno di buchi e contraddizioni, rimane comunque più interessante di tanti film tecnicamente perfetti ma vuoti di sostanza.

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