Questo film di fantascienza su Prime Video ha diviso Hollywood (ma nessuno ha capito davvero)
Questo film esplora cosa accadrebbe se gli alieni vincessero e governassero la Terra. Analisi del film di Rupert Wyatt su oppressione, resistenza e controllo sociale.
È una domanda che ci portiamo dietro dall'infanzia, da quando i film di fantascienza ci hanno insegnato a temere l'invasione dallo spazio. Ma Hollywood, nella sua infinita prevedibilità, ci ha sempre mostrato lo stesso schema: gli alieni arrivano, devastano tutto, l'umanità si riscatta con un colpo di genio e alla fine vinciamo noi. I cattivi tornano nello spazio, noi ricostruiamo, fine dei giochi. Captive State - La ribellione nascosta (disponibile su Prime Video), il film del 2019 diretto da Rupert Wyatt, fa saltare completamente questo schema e ci chiede: e se invece perdessimo? E se gli extraterrestri decidessero di restare, di governarci, di riorganizzare la società a loro immagine e somiglianza? La risposta che offre è scomoda, affascinante e tremendamente attuale. Ambientato in una Chicago post-invasione, il film ci mostra un mondo dove l'umanità ha accettato una resa incondizionata. Gli alieni non sono più il nemico da sconfiggere in un atto finale esplosivo: sono diventati l'autorità, il potere costituito, coloro che decidono le regole del gioco.
Gabriel vive in uno dei distretti più poveri, cerca di sopravvivere e di dimenticare. Suo fratello Rafe, interpretato da Jonathan Majors, aveva guidato una resistenza contro il regime alieno prima di morire. O almeno, così sembra. Gabriel si trova intrappolato tra il ricordo di un fratello eroe e la presenza opprimente di Mulligan, un poliziotto locale dal volto di John Goodman, che aveva lavorato con suo padre e che ora lo osserva con un misto di protezione e sospetto. Goodman, attore dalla presenza magnetica capace di incarnare sia la bonaria affidabilità che l'ambiguità morale, è perfetto nel ruolo di Mulligan. Un uomo che ha scelto di collaborare con il nuovo ordine, convinto che un'altra rivoluzione stia per esplodere e determinato a soffocarla sul nascere. Il suo rapporto con Gabriel è il cuore emotivo del film, anche se la sceneggiatura fatica a dargli tutto lo spazio che meriterebbe.
Ed è qui che Captive State mostra le sue crepe. Il film è stato girato oltre due anni prima dell'uscita, spostato più volte nel calendario e chiaramente vittima di un travagliato percorso produttivo. Si vede. Il montaggio è confuso, la struttura narrativa presenta buchi inspiegabili: Sanders scompare dallo schermo per lunghi tratti senza alcuna giustificazione, il focus salta da un personaggio all'altro senza un centro gravitazionale stabile. Wyatt e la co-sceneggiatrice Erica Beeney hanno imbottito la trama di colpi di scena e depistaggi per costruire un finale a sorpresa, ma quando arriva, invece di illuminare tutto quello che abbiamo visto, lascia dietro di sé una scia di domande senza risposta. Eppure, nonostante questi difetti strutturali evidenti, Captive State rimane un'esperienza che vale la pena affrontare. Perché ha qualcosa che manca alla maggior parte dei film di fantascienza mainstream: il coraggio di provare qualcosa di diverso.
Ma è proprio in questa imperfezione che Captive State trova la sua identità. Non è il capolavoro che avrebbe potuto essere, non ha la coerenza narrativa di District 9 né l'intelligenza strutturale di Arrival. È un film ambizioso che collassa parzialmente sotto il peso delle proprie ambizioni, un progetto che morde più di quanto possa masticare. Eppure, in un panorama cinematografico sempre più dominato da franchise prevedibili e formule collaudate, c'è qualcosa di profondamente onesto in questo fallimento parziale. Perché Captive State prova, con tutte le sue forze, a fare qualcosa di diverso. Prova a raccontare non l'invasione aliena, ma ciò che viene dopo. Prova a esplorare le zone grigie morali di una resistenza contro un potere che ha portato, sulla carta, anche benefici. Prova a costruire un mondo complesso con risorse limitate. E se il risultato finale è diseguale, pieno di buchi e contraddizioni, rimane comunque più interessante di tanti film tecnicamente perfetti ma vuoti di sostanza.