Riccardo Garrone: addio al capo, al nobile e al borghese ipocrita del cinema italiano
In più di 50 anni di carriera di Riccardo Garrone c'è il ritratto perfetto del nostro cinema, espressione dell'italiano di cui i film avevano bisogno
La sua carriera sarebbe il perfetto biopic per raccontare cosa è stato il cinema italiano nella seconda metà del ‘900, tra commedie, film di genere, cinema d’autore, pubblicità, televisione e doppiaggio. Come un personaggio scritto da uno sceneggiatore, Garrone ha seguito tutte le fasi storiche del nostro cinema.
Formatosi all’accademia d’arte drammatica Silvio D’Amico inizia davvero a lavorare nel cinema negli anni ‘50 come comparsa poi guadagnando sempre più terreno. È una gavetta con una media di 5 film l’anno, quasi sempre commedie di buon successo, con l’eccezione della partecipazione a Il ferroviere di Pietro Germi. Gli anni ‘50 lo vedono in mille sfumature dello stesso ruolo, o il bravo ragazzo il truffatore con la faccia da bravo ragazzo.
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Riccardo Garrone in Il vigile da 9.46
Seguendo sulla propria pelle l’andamento del cinema italiano Garrone, come tutti i grandi caratteristi, si adatta a quello che c’è da fare e con la medesima grazia accompagna lo spaghetti western di Se vuoi vivere spara o Una lunga fila di croci, ma è anche accanto a Dustin Hoffman nel suo periodo italiano in Un dollaro per 7 vigliacchi. Sempre affabile proprietario, gestore o politico.
In tutti questi film, anche i più americaneggianti, Garrone è l’Italia. Sia che reciti accanto ad Alberto Sordi, sia che stia con Dustin Hoffman o con Johnny Dorelli o ancora con Ugo Tognazzi in Il fischio al naso, Garrone mette in scena sempre quell’atteggiamento che il cinema italiano sapeva ritrarre così bene che consisteva nelle mille sfumature del perbenismo nostrano.
Non è un caso quindi che all’inizio degli anni ‘80 due cineasti attaccatissimi all’eredità del cinema italiano come i fratelli Vanzina di fatto lo riscoprano, rimettendo il suo classico personaggio al centro della satira sociale con il padre di famiglia di Vacanze di Natale in cui ha gran parte delle battute più dure (“E anche sto Natale se lo semo levato dai coglioni” o “Levateje er vino!” detto alla moglie che piange). Saranno loro ad utilizzarlo al meglio e con più costanza da qui fino alla fine della sua carriera (nel cultissimo Amarsi un po’ è addirittura principe), forse perché a questo punto uno come Garrone, diventato buono per ruoli da nonno, interessa poco al cinema italiano. Partecipa a fiction, commedie e tanti film, non smette mai di lavorare ma senza la pregnanza che aveva conosciuto. Il suo personaggio storico, quello che non può fare a meno di interpretare, non è più qualcosa che piace ai cineasti, ormai diretti altrove, su film e storie che se proprio devono farsi forza di caratteristi preferiscono prenderli altrove, non tra gli attori ma tra le persone comuni o al massimo tra i comici televisivi. Quella fase a cui Garrone è appartenuto, quella del cinema fatto negli studios e dei grandi caratteristi, è terminata.
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Con Gianmaria Volontè in La ragazza con la valigia[/caption]
Da quel momento forse il lavoro più interessante di Riccardo Garrone è stato quello nel doppiaggio, sorprendentemente specializzato in animazione. È stato Watson nella serie animata Il fiuto di Sherlock Holmes (coproduzione tra RAI e Hayao Miyazaki) e ancora più recentemente la voce dell’orsetto Lotso in Toy Story 3.
Nonostante tutto questo però, nonostante una carriera incredibile in tutto il cinema italiano che conta e in quello di grande incasso, nelle pagine più basse come in quelle più alte, come spesso capita sarà ricordato più che altro per il ruolo di S.Pietro nella serie di pubblicità Lavazza, prima di essere sostituito da Tullio Solenghi.