Se ti è piaciuto Unabomber con Russell Crowe, non puoi perderti la serie tv (sulla stessa storia vera)
Come il profiler FBI Jim Fitzgerald ha catturato Unabomber Ted Kaczynski attraverso l'analisi linguistica delle sue lettere. La serie crime che ricostruisce il caso.
Ci sono storie che non hanno bisogno di invenzioni per tenere incollati allo schermo. Manhunt - Unabomber è una di quelle. Una serie antologica crime che recupera dal cassetto della storia americana due dei casi più complessi e affascinanti che l'FBI abbia mai dovuto affrontare. Non parliamo di finzione pura, ma di cronaca ricostruita con la precisione di un orologiaio e la tensione di un thriller psicologico. La prima stagione, intitolata Unabomber, ci porta dritti nel 2004, quando una task force dell'FBI si trovava ancora a inseguire fantasmi. Ted Kaczynski, interpretato da Paul Bettany con una freddezza che gela il sangue, era più di un semplice killer seriale. Era un matematico di Harvard, un ex docente, un uomo che aveva scelto l'isolamento totale per combattere quella che lui considerava la deriva della società moderna: la tecnologia. Le sue armi erano pacchi esplosivi spediti per posta, le sue vittime scelte con metodo quasi scientifico. La sua giustificazione era un manifesto ideologico che mescolava filosofia, paranoia e lucida follia.
Uno lo fa con pacchi bomba, l'altro con metodi investigativi che i suoi superiori considerano poco ortodossi. La serie costruisce un parallelismo inquietante, mai compiaciuto, che obbliga lo spettatore a confrontarsi con domande scomode. La seconda stagione cambia completamente scenario ma mantiene la stessa intensità. Deadly Games ci riporta ad Atlanta, estate 1996, in piena febbre olimpica. Eric Rudolph, interpretato da Jack Huston, non è un eremita geniale come Kaczynski. È un terrorista ideologico, un estremista che vede nelle Olimpiadi l'emblema di quel socialismo globale che disprezza. La sua bomba al Centennial Olympic Park uccide e ferisce, ma lascia anche un'altra vittima: Richard Jewell. Cameron Britton, che molti ricorderanno per la sua straordinaria interpretazione di Edmund Kemper in Mindhunter, qui veste i panni del guardiano che scopre l'ordigno e tenta disperatamente di evacuare il parco. Jewell diventa eroe per qualche ora, poi capro espiatorio per mesi. I media lo massacrano, l'FBI lo indaga, la sua vita implode sotto il peso di accuse mai formalizzate.
La serie non risparmia nessuno: mostra con lucidità chirurgica come il circo mediatico e la fretta investigativa possano distruggere un innocente prima ancora che venga emessa una sentenza. C'è un dettaglio che vale la pena sottolineare. Contrariamente a quanto mostrato sullo schermo, Jim Fitzgerald non ha mai parlato con Ted Kaczynski, non lo ha mai interrogato. La loro unica interazione è stata visiva, silenziosa, in tribunale, il giorno della condanna all'ergastolo. Eppure la serie costruisce dialoghi immaginari, confronti psicologici che sono pura licenza drammatica. Funzionano perché restituiscono una verità emotiva, un duello intellettuale che probabilmente è avvenuto solo nella mente del profiler. Manhunt non è una serie per chi cerca risposte facili o eroi immacolati. È una discesa nei meccanismi della giustizia, dell'ossessione, della comunicazione come arma.