Tinto Brass, le parole sulla morte che oggi fanno riflettere: “Non mi spaventa, ma temo una cosa”
Tinto Brass è morto a 93 anni. Riemerge un'intervista del 2021 in cui il regista parlava della morte, della malattia e dell'amore per Caterina Varzi.
La scomparsa di Tinto Brass, morto il 4 novembre 2026 all'età di 93 anni, ha riportato l'attenzione su uno dei registi più provocatori e anticonformisti della storia del cinema italiano. Maestro dell'erotismo, autore di pellicole diventate cult e protagonista di una carriera segnata da numerose battaglie contro la censura, Brass aveva affrontato apertamente anche il tema della propria mortalità. A distanza di cinque anni, una lunga intervista rilasciata ad Adnkronos nel 2021 assume oggi un significato particolarmente toccante, soprattutto per le parole dedicate alla vecchiaia, alla malattia e alla moglie Caterina Varzi.
Un aspetto emerso con particolare intensità proprio durante l'intervista realizzata da Federica Mochi per Adnkronos nel 2021, quando il cineasta aveva da poco affrontato un nuovo ricovero ospedaliero. All'epoca Brass era reduce da un'ischemia e da un periodo di degenza reso ancora più difficile dalle restrizioni sanitarie legate alla pandemia di COVID-19. Il regista aveva raccontato di aver trascorso diversi giorni senza poter vedere la moglie, vivendo momenti di disorientamento e profonda solitudine. Caterina Varzi, però, non aveva mai smesso di stargli vicino e durante il ricovero aveva cercato quotidianamente di ricevere informazioni sulle sue condizioni, continuando a sostenerlo nonostante le difficoltà imposte dall'emergenza sanitaria.
Quell'esperienza aveva spinto Brass a riflettere sul significato della libertà, della vecchiaia e soprattutto della morte. Nonostante i problemi di salute affrontati nel corso degli anni, il regista aveva spiegato di guardare alla fine della propria esistenza senza particolare timore. “La morte non mi spaventa”, aveva dichiarato, affrontando l'argomento con la stessa schiettezza che aveva caratterizzato gran parte della sua carriera. Il cineasta aveva inoltre raccontato di non avere rimpianti per le proprie scelte, convinto di aver vissuto seguendo le proprie convinzioni e di aver espresso attraverso il cinema ciò che desiderava comunicare.
L'amore e la libertà erano due elementi che Brass considerava inseparabili, tanto nella vita quanto nella propria visione cinematografica. Anche durante gli anni segnati dalla malattia, il regista aveva continuato a difendere il diritto di vivere secondo le proprie convinzioni. Nell'intervista del 2021 non erano mancate le provocazioni. Rivolgendosi ai giovani che stavano attraversando un periodo di isolamento durante la pandemia, Brass li aveva invitati a non rinunciare alle esperienze e ai sentimenti, ribadendo la propria insofferenza verso le restrizioni che limitavano i rapporti umani.
Una posizione coerente con una carriera costruita sulla volontà di sfidare le convenzioni. Prima di diventare il maestro del cinema erotico, Tinto Brass aveva infatti attraversato una lunga stagione di sperimentazione artistica. Dopo gli studi in giurisprudenza si era trasferito a Parigi, entrando in contatto con l'ambiente della Nouvelle Vague e lavorando alla Cinémathèque Française. Tornato in Italia, aveva collaborato anche con Roberto Rossellini, prima di debuttare alla regia nel 1963 con Chi lavora è perduto.
Oggi, dopo la notizia della sua morte, quelle riflessioni del 2021 restituiscono un'immagine diversa rispetto a quella del provocatore conosciuto dal grande pubblico: un uomo consapevole della propria fragilità, ma ancora profondamente innamorato della vita e della donna che gli era rimasta accanto. Ed è forse proprio questo il lascito più personale di Tinto Brass, oltre ai film e alle polemiche che hanno accompagnato la sua carriera: l'idea che la libertà di vivere secondo le proprie convinzioni possa rimanere importante fino all'ultimo momento.