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Tre storie di terrore in un film: su Prime Video, il cult dimenticato di Mario Bava con Boris Karloff

Su Prime Video, il capolavoro di Mario Bava (1963) con Boris Karloff che impressionò Hitchcock. Analisi dei tre episodi del trittico.

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C'è stato un tempo in cui il cinema horror italiano competeva ad armi pari con le produzioni anglosassoni, e lo faceva con una raffinatezza visiva che lasciava a bocca aperta anche i maestri del brivido internazionali. Era il 1963 quando Mario Bava, già affermato direttore della fotografia, confezionava un trittico dell'orrore che avrebbe segnato la storia del genere: I tre volti della paura (disponibile su Prime Video), coproduzione italo-francese che portava sullo schermo Boris Karloff, l'iconico interprete di Frankenstein, in un contesto completamente nuovo. Non un singolo racconto, ma tre episodi distinti, tre modalità diverse di raccontare la paura. Una struttura antologica che permetteva a Bava di dimostrare tutta la sua versatilità dietro la macchina da presa, passando dal gotico al thriller psicologico con una disinvoltura che pochi altri registi dell'epoca potevano vantare.

Il film attingeva dalla grande tradizione letteraria europea: Leone Tolstoj, Anton Cechov, Guy de Maupassant. Nomi che da soli bastavano a conferire dignità culturale a un genere spesso relegato ai margini della critica. Il primo episodio, I Wurdalak, è forse il più suggestivo e quello che meglio sfrutta la presenza di Karloff. Ambientato in una Russia contadina e superstiziosa, racconta la maledizione dei wurdulak, vampiri che a differenza dei loro cugini più famosi uccidono proprio coloro che hanno amato in vita. Gorka, il patriarca interpretato da Karloff, torna al suo villaggio dopo aver affrontato un nemico turco, ma qualcosa in lui è cambiato. Inizia così una spirale di morte che coinvolge la sua famiglia: prima il nipotino, poi i figli, la nuora. Un giovane aristocratico, Wladimiro D'Urfe, innamorato della bella Sdenka, assiste impotente alla tragedia, incapace di salvare la donna dalla sua sorte.

La goccia d'acqua rappresenta la discesa nell'horror psicologico puro. Helen, un'infermiera anziana, viene chiamata per preparare il corpo di Miss Perkins, una medium appena deceduta. Durante l'operazione, non resiste alla tentazione e ruba un anello dal dito della defunta. Quel piccolo furto, quel momento di debolezza, scatenerà una serie di eventi soprannaturali che la condurranno alla follia e alla morte. Bava costruisce qui un crescendo di tensione fatto di dettagli inquietanti, rumori notturni, presenze percepite ma mai del tutto mostrate. È il terrore che nasce dalla colpa, dal rimorso che si materializza. Il telefono chiude il trittico con un thriller claustrofobico tutto al femminile. Rosy riceve chiamate minacciose da una voce alterata che promette morte. Terrorizzata, chiede aiuto all'amica Mary, convinta che dietro quelle telefonate ci sia Frank, il suo ex amante evaso di prigione dopo che lei lo aveva denunciato.

Ma la verità è più contorta e crudele: è proprio Mary a terrorizzarla, mossa da una gelosia ossessiva. Quando Frank arriva davvero, il destino si compie in un finale tragico dove tutti pagano per i propri errori. Bava, da operatore esperto quale era, sapeva usare la luce come pochi altri. Ogni fotogramma era studiato per creare atmosfera, per suggerire più che mostrare, per lasciare che l'immaginazione dello spettatore completasse l'orrore. Boris Karloff non era al film solo per questioni di marketing internazionale. La sua presenza conferiva peso drammatico, soprattutto nell'episodio dei Wurdalak dove interpretava un nonno amorevole trasformato in mostro dalla maledizione. Attore di razza, capace di esprimere orrore e pietà con un solo sguardo, Karloff elevava il materiale narrativo rendendolo memorabile.

Accanto a lui, un cast di attori italiani e francesi che includeva nomi come Michèle Mercier, Mark Damon, Susy Andersen, ciascuno perfettamente calato nel proprio ruolo. I tre volti della paura resta oggi un documento fondamentale per comprendere come il cinema di genere italiano degli anni Sessanta non fosse affatto provinciale o arretrato rispetto alle produzioni straniere. Mario Bava dimostrava che con intelligenza visiva, cultura letteraria e mestiere tecnico si poteva realizzare un'opera che dialogava alla pari con il meglio della produzione internazionale. Un film che inaugurava quella stagione dell'horror italiano che negli anni successivi avrebbe dato al mondo capolavori e autori riconosciuti in tutto il mondo. Novanta minuti che attraversano il terrore gotico, l'angoscia psicologica e il thriller claustrofobico, dimostrando che la paura ha davvero molteplici volti, e che il cinema italiano sapeva mostrarli tutti con stile e sostanza.

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