Una scrittrice suicida, una madre disperata e un'amica devota, in questo film da non perdere oggi in TV
The Hours (2002): analisi del film di Stephen Daldry con Nicole Kidman, Meryl Streep e Julianne Moore. Tre donne unite da Mrs. Dalloway attraverso il tempo.
Ci sono film che non si limitano a raccontare una storia: tessono un arazzo temporale dove passato, presente e futuro dialogano attraverso le pagine di un libro. The Hours è uno di questi capolavori, un'opera del 2002 diretta da Stephen Daldry che ha conquistato pubblico e critica grazie a una narrazione stratificata e a interpretazioni di rara intensità. L'appuntamento in TV è per oggi, 12 luglio 2026, in prima serata su La 7 (canale 29) alle 21.15. Il film intreccia le esistenze di tre donne separate da decenni ma unite da un filo invisibile: il romanzo Mrs. Dalloway di Virginia Woolf.
Non si tratta di semplici storie parallele: è un dialogo continuo tra generazioni, dove le scelte di Virginia Woolf riverberano nelle vite di Laura e Clarissa, creando un effetto domino emotivo che attraversa un secolo intero. Il romanzo Mrs. Dalloway diventa così molto più di un libro: è uno specchio in cui queste donne riconoscono le proprie paure, i propri desideri repressi, la ricerca disperata di un senso in vite che sembrano sfuggire al loro controllo. La performance di Nicole Kidman nei panni di Virginia Woolf è entrata nella storia del cinema. Per interpretare la scrittrice britannica, l'attrice australiana si è sottoposta a una trasformazione fisica radicale: naso posticcio, trucco che invecchia, postura curva.
Il risultato è stato così convincente da renderla praticamente irriconoscibile, tanto da valerle l'Oscar come Miglior Attrice nel 2003. Ma oltre all
La scena in cui legge Mrs. Dalloway nel letto di un hotel, fumando e cercando un momento di respiro da un'esistenza soffocante, è di una potenza emotiva rara. Meryl Streep, nel ruolo di Clarissa Vaughan, completa questo trittico di interpretazioni magistrali. La sua Clarissa è una donna che ha costruito una vita apparentemente appagante ma che non riesce a liberarsi dal passato, dall'amore per Richard e dalle scelte non fatte. Streep porta sullo schermo quella sottile malinconia di chi sa che la vita è scivolata via mentre si era occupati d'altro, una consapevolezza dolorosa che accomuna tutte e tre le protagoniste.
La regia di Stephen Daldry orchestra questa sinfonia di dolore e speranza con mano sicura, evitando la trappola del melodramma e mantenendo un tono sobrio che rende ancora più potente l'impatto emotivo. La fotografia di Seamus McGarvey differenzia cromaticamente le tre epoche, creando atmosfere visive distintive che aiutano lo spettatore a orientarsi nel montaggio parallelo. Le musiche di Philip Glass, con i loro pattern ripetitivi e ossessivi, diventano una quarta protagonista, sottolineando il senso di ciclicità e inevitabilità che permea l'intera opera.