Da un romanzo dei primi del '900, a Netflix: una serie attualissima, su tensioni razziali e sessismo
Chiamatemi Anna, l'adattamento di Anne of Green Gables che ha conquistato pubblico e critica. Un'analisi approfondita.
Gli adattamenti televisivi di classici letterari camminano su un filo sottilissimo. Da una parte c'è il rispetto reverenziale verso l'opera originale, dall'altra la necessità di parlare a un pubblico contemporaneo che vive in un mondo completamente diverso da quello descritto nelle pagine. Trovare l'equilibrio è un'impresa titanica, eppure Chiamatemi Anna ci è riuscita in modo magistrale.
La serie si apre nel 1896 sull'Isola del Principe Edoardo, in Canada, dove una giovane orfana di nome Anne Shirley viene inviata per errore alla fattoria dei fratelli Matthew e Marilla Cuthbert. Da subito è chiaro che Anna non è una bambina qualunque: la sua immaginazione galoppante, il suo vocabolario ricercato e la sua totale estraneità alle convenzioni sociali la rendono un personaggio magnetico e vulnerabile allo stesso tempo.
Anna fatica ad adattarsi alle rigide regole della comunità di Avonlea. A scuola viene ostracizzata dai suoi coetanei più abbienti, con due eccezioni fondamentali: Diana Barry, con cui stringe un legame fraterno immediato e indissolubile, e Gilbert Blythe, che diventa il suo rivale accademico e una fonte costante di irritazione nonostante la sua gentilezza incrollabile. È proprio in questa tensione emotiva, in questo lento bruciare di sentimenti non detti, che la serie trova uno dei suoi cuori pulsanti.
Moira Walley-Beckett, creatrice della serie (che avrebbe voluto farne un film), ha preso la struttura narrativa del romanzo del 1908 e l'ha reinventata per gli spettatori del 2017. Non si è limitata a trasporre la storia: l'ha espansa, approfondita, problematizzata. Il background traumatico di Anna, la sua esperienza come orfana in un sistema spietato, il suo arrivo ad Avonlea: tutto viene esplorato con una sensibilità moderna che non tradisce mai lo spirito dell'opera originale.
Chiamatemi Anna affronta senza paura tensioni razziali, sessismo sistemico, divisioni di classe. Non addolcisce la realtà storica, non la nasconde dietro una patina romantica. Ogni scelta narrativa è calibrata con cura, ogni modifica rispetto al testo originale è motivata da un intento preciso: rendere la storia rilevante, urgente, necessaria. E ci riesce mantenendo intatto il cuore pulsante di ciò che Lucy Maud Montgomery voleva raccontare.