Mai avrei detto che avremmo proiettato una prima di un film di Lubitsch” lo ha detto il presidente della Biennale Paolo Baratta introducendo Rosita, la preapertura di quest’anno al Festival di Venezia. Da anni ormai il festival sotto il mandato di Alberto Barbera offre al pubblico di veneziani una proiezione di un classico riscoperto, ritrovato o solo restaurato la sera prima della partenza del film. Gli inviti si possono ottenere ritagliando i tagliandi nelle pagine dei principali quotidiani cittadini.

Il caso di quest’anno è clamoroso.

Rosita è un film muto del 1923 di Ernst Lubitsch creduto perduto ma ritrovato in Russia, restaurato e rimesso in sesto rimusicando tutto a partire da stralci della colonna sonora originale (che alla proiezione veneziana era suonata dal vivo da una piccola orchestra) e cartelli derivati dalle note a margine della partitura, recensioni dell’epoca e visti censura. Tutto ha contribuito a ricreare la versione più vicina possibile a quel film. Una vera opera monumentale di rimessa in sesto di un film che di fatto non esisteva per colpa della stessa persona che lo volle.

Fu infatti Mary Pickford, gigantesca stella del muto, a volere il viennese Lubitsch per questo film in costume, di fatto aprendogli la strada al suo primo film americano e al definitivo abbandono delle produzioni tedesche. Eppure poi la stessa Pickford, che con Lubitsch aveva avuto contrasti potentissimi sul set ha lasciato il film invecchiare, non ha curato la pellicola e ad oggi la fondazione Pickford ne conservava, chissà perché, solo l’ultima bobina.

Ora che lo possiamo vedere Rosita rivela la sua natura di film ponte. Ha le grandi scene di massa e la ricostruzione storica del Lubitsch europeo (è ambientato in Spagna), ma anche le dinamiche d’interni da commedia viennese del Lubitsch americano. Quando la storia dalle strade si muove nelle stanze di palazzo, quando mette il Re donnaiolo sposato alla regina gelosa a fare lo splendido con la giovane Rosita, si vede tutto il Lubitsch da venire.

C’è ovviamente quella sorta di apologia dei vizi, tipica degli antieroi lubitschani, l’amore per i personaggi peggiori guardati con ironico affetto. È infatti il Re a dominare il film, nonostante il tempo riservato alla storia d’amore tra Rosita e l’ufficiale. Il Re di Spagna godereccio, che venuto a sapere che a Siviglia si gozzoviglia in barba alla morale decide di andare a risolvere “di persona”. Parteciperà in incognito al carnevale, vedrà Rosita prenderlo in giro suonando e cantando, e deciderà di volerla. Le offrirà tutto per concupirla e lei, i cui vizi Lubitsch adora tanto quanto quelli del re, lo sfrutterà, innamorata del bell’ufficiale condannato a morte.

Ci vorrà tutto l’armamentario lubitschano di conversazioni origliate, porte che si aprono e si chiudono, piccoli inganni di corte e agnizioni clamorose (c’è anche un matrimonio bendato) per risolvere la trama. Ma non sarà l’intreccio a far vincere questo film che pare oggi più piccolo di quanto dev’essere sembrato allora, saranno i primi piani di Holbrook Blinn nei panni del Re a convincere, quella sottile commedia umana che trasforma i vizi in virtù, ridendo con i personaggi e non di loro. Insomma il cinema che non condanna ma che adora i suoi antieroi, chi sceglie di seguire le proprie passioni invece di contenerle. Una rarità oggi, figuriamoci negli anni ‘20.

Nota: qui sotto potete vedere la versione non restaurata e con didascalie diverse

https://www.youtube.com/watch?v=5EzxL50uG5Y