Viggo Mortensen, Mahershala Ali e un'amicizia improbabile, in questo film (da una storia vera) oggi in TV
Green Book: la storia vera di Donald Shirley e Tony Vallelonga. Il film premio Oscar che racconta l'America della segregazione negli anni '60 con un buddy-movie commovente.
C'è un'America che preferisce non guardarsi allo specchio. Un'America dei salotti eleganti dove il pianoforte suona musica raffinata mentre fuori, a pochi metri di distanza, la segregazione traccia linee invisibili ma invalicabili. Green Book racconta questa contraddizione con una forza che nel 2019 gli è valsa tre premi Oscar, tra cui quello per il miglior film. L'appuntamento il TV è per oggi, in prima serata su Rai Movie (canale 24) alle 21.10.
La trama prende le mosse da New York, 1962. Tony Lip Vallelonga è un buttafuori italo-americano del Copacabana, un tipo sgraziato, poco istruito ma dotato di quella furbizia di strada che gli ha fatto guadagnare il soprannome "Lip", labbra, perché a suon di chiacchiere otteneva sempre quello che voleva. Quando il locale chiude due mesi per ristrutturazione, Tony ha bisogno di soldi per mantenere moglie e due figli. È qui che entra in scena il dottor Donald Shirley, uno dei pianisti più talentuosi d'America, un uomo colto, raffinato, che vive in un lussuoso appartamento sopra la Carnegie Hall.
Shirley sta per partire per un tour concertistico attraverso il Sud degli Stati Uniti e cerca non solo un autista, ma qualcuno pronto a difenderlo fisicamente in caso di necessità. La scelta cade proprio su Tony, e l'improbabile coppia si mette in viaggio con una Cadillac turchese e una copia del Green Book nel cruscotto. Ma cos'era esattamente questo Green Book? Il titolo completo era The Negro Motorist Green Book, una guida stradale pubblicata annualmente dal 1936 al 1966 che indicava gli unici posti dove le persone afroamericane potevano fermarsi a mangiare, dormire o fare rifornimento durante i viaggi negli Stati Uniti. Non era un vezzo, era una necessità di sopravvivenza. Senza quella guida, un nero che viaggiasse attraverso il Sud rischiava non solo l'umiliazione, ma anche la violenza fisica.
L'interpretazione di Mahershala Ali è meravigliosa. Il suo Donald Shirley è un uomo di dignità cristallina, che usa la musica come arma di resistenza pacifica, ma che porta dentro le cicatrici profonde di chi vive sospeso tra due mondi: troppo raffinato per essere accettato dalla comunità nera, mai abbastanza bianco per essere considerato un pari dalla società dominante. Di fronte a lui, Viggo Mortensen interpreta un Tony Vallelonga memorabile. L'attore ha preso quindici chili per il ruolo, ha studiato l'accento italo-americano del Bronx, ha dato vita a un personaggio che sulla carta potrebbe sembrare uno stereotipo ma che invece si rivela sorprendentemente sfaccettato. Tony è rozzo, ha pregiudizi, all'inizio del film butta via i bicchieri usati da due operai neri in casa sua.
Eppure possiede un'intelligenza emotiva, una capacità di lealtà e un senso dell'onore che molti dei sofisticati frequentatori dei salotti in cui suona Shirley non hanno nemmeno lontanamente. L'amicizia improbabile che nasce tra questi due uomini all'apparenza agli antipodi è il cuore pulsante del film. Peter Farrelly, insieme ai co-sceneggiatori Nick Vallelonga, figlio del vero Tony, e Brian Currie, costruisce questa relazione con pazienza, lasciando che cresca viaggio dopo viaggio, attraverso piccoli gesti, conversazioni notturne, momenti di crisi condivisi. Non c'è retorica, non ci sono grandi discorsi edificanti. Ci sono invece l'umanità che emerge dalle situazioni, la scoperta reciproca, il rispetto che nasce dalla condivisione di un'esperienza.
Green Book è un film da vedere e rivedere, uno di quei classici istantanei che entrano nel patrimonio collettivo. La regia di Farrelly, le interpretazioni straordinarie di Mortensen e Ali, una sceneggiatura intelligente e una colonna sonora che spazia dal jazz al pop degli anni Sessanta creano un'esperienza cinematografica completa. È il tipo di film che funziona su più livelli: intrattiene, commuove, fa riflettere, e alla fine lascia lo spettatore con qualcosa di più di quando è entrato in sala.