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Zack Snyder rinuncia persino allo slow motion nel suo nuovo film: è completamente diverso dai suoi blockbuster

Zack Snyder cambia completamente approccio con The Last Photograph: niente green screen né slow motion e riprese completate in appena 32 giorni.

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Pensare a un film di Zack Snyder significa quasi automaticamente pensare a immagini costruite al millimetro, giganteschi set, effetti visivi e soprattutto a quello slow motion diventato negli anni una delle firme più riconoscibili del regista. Da 300 a Watchmen, passando per Man of Steel, Justice League e Rebel Moon, Snyder ha costruito una parte della propria identità proprio intorno a un cinema enorme e immediatamente riconoscibile.

Per il suo nuovo film, però, ha deciso di fare praticamente l'opposto. The Last Photograph, il progetto che Snyder cercava di realizzare da circa vent'anni, è stato girato senza green screen, senza video village e persino senza quelle sequenze al rallentatore che sembravano ormai inseparabili dal suo stile. Non solo: il regista ha ridotto drasticamente le dimensioni della produzione, ha imbracciato personalmente la macchina da presa e ha completato le riprese in appena 32 giorni.

Una trasformazione radicale per un filmmaker che negli ultimi anni si è trovato alla guida di produzioni enormi. Dopo aver recuperato da Warner Bros. i diritti di The Last Photograph, Snyder ha infatti deciso di realizzarlo come un vero film indipendente, senza uno studio o una piattaforma streaming alle spalle. Al suo fianco sono rimasti alcuni collaboratori storici, dalla moglie e produttrice Deborah Snyder a Wesley Coller, insieme al produttore di 300 Gianni Nunnari, ma tutto il resto è stato ridimensionato.

Rebel Moon, fonte: Netflix

Il budget esatto non è stato reso pubblico. Snyder ha però raccontato che la produzione aveva a disposizione pochissimo denaro, mentre The Hollywood Reporter sottolinea come il costo sia stato inferiore persino a quello di alcuni spot pubblicitari realizzati dal regista durante la sua carriera. Il cambiamento non riguarda soltanto i soldi. Snyder ha scelto di tornare fisicamente dietro la macchina da presa, occupandosi anche della fotografia e lavorando con una troupe molto più piccola. Una decisione che Deborah Snyder considera quasi un ritorno alle origini, quando il futuro regista di Justice League lavorava tra videoclip e pubblicità e poteva muoversi molto più liberamente sul set.

La differenza rispetto ai suoi blockbuster emerge soprattutto dai numeri. The Last Photograph è stato girato in 32 giorni, che Snyder ha definito il periodo di riprese più breve della sua carriera cinematografica, praticamente la metà rispetto ai suoi precedenti film. La produzione arrivava mediamente a circa 40 setup al giorno e durante la prima giornata Snyder sostiene di averne completati addirittura 72.

Il confronto che fa con Justice League rende ancora meglio l'idea: durante la lavorazione del cinecomic DC c'erano giornate nelle quali riusciva a completare appena quattro setup. Anche il modo di girare è cambiato completamente. Gran parte del film è stata realizzata con la macchina da presa a mano, rinunciando quasi totalmente a carrelli e gru. Non c'era neppure il tradizionale video village dal quale regista e collaboratori possono osservare le immagini sui monitor.

“Non avevamo roulotte. Non avevamo sedie. Non avevamo niente. Eravamo solo noi, con la macchina da presa”. - Zack Snyder

Justice League, fonte: Warner Bros.

Una scelta che è diventata decisamente più estrema quando la produzione si è spostata in Colombia. Snyder ha trascorso circa una settimana a girare nella zona amazzonica e durante quelle riprese ha contratto il Covid senza saperlo. Il regista ha raccontato di essersi ritrovato con una febbre molto alta, completamente zuppo di sudore e vicino a svenire mentre continuava a tenere la macchina da presa sulla spalla. Ma fermarsi avrebbe significato perdere alcune delle sequenze che doveva realizzare in quella giornata e la produzione indipendente non aveva lo stesso margine economico di un blockbuster per prolungare le riprese.

Snyder ha quindi continuato a lavorare e soltanto successivamente ha scoperto di aver contratto il virus. Dietro una lavorazione così particolare c'è un film che il regista inseguiva da prima ancora di realizzare 300. Nel corso degli anni The Last Photograph ha attraversato diverse incarnazioni e, a un certo punto, Christian Bale e Sean Penn erano stati associati al progetto. La versione finalmente realizzata ha invece come protagonisti Stuart Martin e Fra Fee, entrambi già apparsi nell'universo di Rebel Moon.

La storia segue un ex agente della DEA che parte alla ricerca dei nipoti scomparsi dopo l'omicidio dei loro genitori. Per trovarli deve affidarsi a un fotografo di guerra che ha assistito all'attacco, dando inizio a un viaggio attraverso il Sud America nel quale il confine tra realtà e qualcosa di molto più surreale comincia progressivamente a dissolversi. Ma dietro il thriller si nasconde qualcosa di molto più personale. Snyder ha spiegato che il film, pur conservando la struttura originariamente immaginata, si è progressivamente trasformato in una riflessione sulla morte e sulla redenzione.

Ed è forse proprio questo a spiegare perché abbia voluto liberarlo da tutto ciò che normalmente accompagna il suo cinema. Dopo anni trascorsi tra supereroi, zombie, eserciti digitali e guerre nello spazio, Zack Snyder ha realizzato uno dei suoi progetti più personali rinunciando proprio agli strumenti che il pubblico associa immediatamente al suo nome. Niente green screen e, soprattutto, niente slow motion: per una volta, per riconoscere un film di Zack Snyder potrebbe non bastare guardare pochi secondi di immagini.

E mentre il regista sembra ormai aver voltato pagina rispetto ai grandi cinecomic che hanno segnato una parte della sua carriera, c’è ancora un film DC che manca all’appello: Snyder ha infatti ammesso di non aver ancora visto il Superman di James Gunn, pur continuando a fare il tifo per il nuovo corso dell’universo DC.

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