La recensione di Armageddon Time, in concorso a Cannes

I primi anni ‘80 di James Gray sono tutti virati sul filtro del ricorso, sul marroncino e sulle luci tenue (che bella la scelta di trasformare un parco in un quadro solo con la luce per il momento di maggiore sentimentalismo di un bambino con aspirazioni da pittore). Del resto sono i suoi ricordi, quelli di un bambino di 12 anni cresciuto in una famiglia ebraica di origini ucraine a New York. Nonni che hanno visto le tragedie europee del ‘900 e le cui idee ne portano i segni, genitori ossessionati dalla scalata sociale. E forse tra i suoi ricordi c’è anche il cinema, assente nella trama ma presente nella sostanza, perché non ci vuole molto per riconoscere in questo Paul Graff un Antoine Doinel di I 400 colpi che non è cresciuto nella Francia post-seconda guerra mondiale (con l’invasione dei film americani) ma semmai nell’America degli anni ‘70, quella dell’Armageddon Time paventato da Reagan in campagna elettorale, con l’osse...