Buen Camino ha battuto il record: e quindi?
Buen camino supera Quo vado?, ma incassi, retorica e consenso bastano davvero a salvare il cinema italiano?
Finalmente ce l’ha fatta, ci siamo tolti il dente: al momento di scrivere questo articolo, Buen camino ha raggiunto Quo vado?, permettendo a Checco Zalone di superare sé stesso come autore del film italiano dal maggiore incasso di tutti i tempi, avendo nel mirino Avatar e lo scettro assoluto. La domanda che mi pongo diventa: e quindi?
Sembra una provocazione, un atto snobistico nei confronti del pubblico e dell’importanza degli incassi; in realtà, la mia è una riflessione sui doveri del critico e del giornalista rispetto al bisogno costante di una narrazione che coinvolga il pubblico anziché informarlo o farlo riflettere.Diritto all'informazione o narrazione imperialistica?
Da quando il film interpretato da Checco Zalone è uscito nei cinema, ossia il 25 dicembre, assistiamo a due fenomeni diversi ma spesso confluenti: da una parte, i giornalisti che compulsano i dati di Cinetel per comunicare in tempo reale ogni singolo spettatore, per accompagnare biglietto dopo biglietto la scalata al record, inebriati dal successo dell’attore; dall’altra, i critici che plaudono a questo successo, facendone l’alibi per il loro apprezzamento, abbandonando il pensiero critico, appunto, in nome della difesa del gusto dello spettatore o, ancora più subdolamente, della difesa della sala, da Checco salvata.
Sia chiaro: l’informazione è sacrosanta, così come lo è l’analisi degli incassi, del pubblico, dei suoi gusti e dei modi in cui i cinema rispondono a determinati film; anzi, conoscere l’industria e il suo funzionamento è molto utile anche per chi, come me e come noi, fa critica. Per esempio, è interessante che alcune sale chiuse abbiano riaperto solo per proiettare Zalone, e chissà se poi resteranno in attività. Cospargere però di miele la via che conduce ai record per incentivare una narrazione di trionfo annunciato mi pare molto discutibile, per non dire problematico.Checco salva tutti(?)
Questo modo di raccontare e riflettere su Buen camino, ma curiosamente non su Avatar, parte – come detto – dal bisogno delle sale cinematografiche di riprendere fiato, di riacquistare il proprio rapporto con gli spettatori, scesi nel 2025 sotto i 70 milioni di biglietti venduti, ben prima della soglia psicologica degli 80 di cui parlano molti analisti (prima della pandemia erano 97, nel 2010 erano 120). Per cui la parola d’ordine che sentiamo dal 2020 è “essere contenti” quando un film incassa tanto, perché così si salvano le sale, perché così il cinema risorge, e via di retorica cristologica.
Perciò, quando si è intuito che Zalone avrebbe centrato un altro clamoroso successo, il peana è giunto ai massimi livelli, abbracciato anche dal governo, che ha rivestito il comico dei panni di paladino del popolo e della destra, e Checco è diventato l’eroe che ha salvato il cinema dai cattivi. Ora, che tutto questo interessi a chi si occupa di cronaca cinematografica, agli analisti economici e ai lavoratori della filiera – dai produttori ai distributori fino agli esercenti – è pacifico e doveroso; ma perché dovrebbe appassionare così tanto i giornalisti? Perché dovrebbe far abbracciare la crociata senza porsi domande?
Retorica da smontare
Tanto più che la retorica della salvezza delle sale e del cinema nostrano non può reggere, per non dire che sia palesemente falsa. Certo, i cinema, specie quelli che hanno più sofferto durante l’anno, trovano ristoro; ma poi, durante i rimanenti mesi della stagione, vedranno il loro pubblico tornare? O una buona percentuale di chi guarda Zalone (com’era per i cinepanettoni) resterà a casa davanti al televisore? Per non parlare del valore industriale nullo dei suoi film: se un tempo, molti, moltissimi anni fa, i soldi guadagnati dai produttori con i film di Totò, Franco e Ciccio o Bud Spencer e Terence Hill venivano reinvestiti in altri film che puntavano ai festival o a un pubblico diverso, nel caso dei film in questione non c’è alcun reinvestimento. Aurelio De Laurentiis prima con Boldi e De Sica, Pietro Valsecchi poi, non usano quei soldi ricavati per cementare un’industria italiana, per creare una proposta diversificata in generi e sguardi (devo davvero citare di nuovo la Francia?), ma per rendere più comoda la loro poltrona di presidenti. Non a caso, il capo di TaoDue ha divorziato da Zalone quando, con Tolo Tolo, aveva cercato una formula diversa, incassando una ventina di milioni in meno.
Non regge nemmeno la retorica del film senza soldi dello Stato. Certo, non ha ricevuto finanziamenti diretti, perché non li ha richiesti, non essendo il tipo di film che il ministero finanzia (si tratta di una misura che riguarda film meno commerciali e più “culturali”), ma sta aspettando quasi 8 milioni di euro di detrazioni fiscali previste per legge, avendo richiesto anche quelle dalla Spagna, dove buona parte del film è girata. Ha fatto bene, sia inteso: era nel suo diritto ed è normale avvalersene. Solo che il buon Luca Medici e, con lui, Indiana – la casa di produzione del film – non dovrebbero essere dipinti come santi e salvatori.
Scendere dal carro del vincitore
Ma soprattutto, la cosa più desolante di questo teatro che ha sostituito il racconto con il pensiero è l’adesione generalizzata di chi con il pensiero dovrebbe lavorare, ovvero i critici, che hanno decretato che Buen camino vada difeso e lodato proprio perché sarebbe dalla parte del pubblico e che, parlandone male, si andrebbe contro gli spettatori, dando l’impressione di non capirne i gusti e rischiando di risultare invisi ai lettori. Mi domando però: non è il nostro lavoro quello di non lisciare il pelo alla massa sovrana e di stimolare una riflessione anche contraria alle tendenze imperanti? A Zalone, che già un tempo si lamentò del mancato riconoscimento ai David di Donatello, non bastano i milioni di persone in coda e quelli di euro guadagnati? Necessita anche degli elogi critici? Davvero la logica del successo è diventata un diktat a cui sottostare, altrimenti si è fuori dal gioco? È un meccanismo che riflette ciò che accade in politica, fatte le dovute e grandi proporzioni: chi comanda si prende tutto e le critiche vanno azzerate, altrimenti chi domina – o chi lo sostiene – si offende e si arrabbia.
Non userò il volgare termine che ha a che fare con il leccare una parte del corpo poco esposta al sole, ma la corsa sul carro del vincitore Zalone, ricordare continuamente al mondo quanto sia bravo e forte come si faceva un tempo con gli imperatori, è uno specchio dei tempi in cui io, e con me altri, per fortuna, non voglio specchiarmi. Io sul carro di Zalone ci ero salito molto tempo fa, quando in moltissimi erano tiepidi di fronte a un comico televisivo che faceva ridere il cinema in modo semplice ma intelligente ed efficace; oggi scendo, grazie per il viaggio, ma la furbizia con cui prima ha cercato il pubblico progressista con Tolo Tolo, per poi rimangiarsi tutto e puntare all’ecumenismo del pensiero cattolico, mi è indigesta, così come non penso possano bastarmi tre risate in novanta minuti di film.
Figuriamoci: ha ragione lui e ha ragione il pubblico che lo premia. Il mio compito – e quello di chi fa il mio lavoro – non è però quello di convalidare l’esistente e confermare l’ovvio, ma di mettere tutto questo in crisi. Darà fastidio? Forse. Ma siamo una piccola mosca in un oceano: lasciateci ronzare e godetevi le vostre ragioni.