Chi ha incastrato i cinepanettoni?
Tra cinepanettoni, giallo e volgarità: Agata Christian dimostra perché il cinema italiano, anche quando ride, non riesce a fare a meno dei suoi fantasmi
Togliamoci subito ogni dubbio: nessuno qui farà un peana nostalgico dei cinepanettoni o affini. Erano spesso brutti film, realizzati in modo approssimativo e che, pur mettendo in scena i difetti — per non dire le abiezioni — del nostro Paese e della nostra (piccola) borghesia, non li condannavano mai davvero. Si limitavano al cinismo, magari strizzando l’occhio a quegli osceni modi di agire, e solo molto di rado prendevano una posizione. Non che un film comico debba farlo per forza: anzi, la risata è un ottimo antidoto al moralismo. Ma non alla morale, alla consapevolezza.
Contro i “guilty pleasure”
E non sarà nemmeno un inno ai guilty pleasure, termine che mi è sempre stato piuttosto antipatico: se c’è piacere non c’è colpa, e se pensi di doverti sentire in colpa significa che il metro di giudizio è sbagliato.
Lo premetto perché a me, spesso, i cinepanettoni fanno ridere — a volte anche molto. C’è un tipo di humour slapstick, quasi surreale, che incontra il mio gusto in più di un’occasione, anche se poi restano dei brutti film (per non dire quelli che non fanno nemmeno ridere). Possibile? È la complessità, baby.
Ho sempre trovato grandiosi i tempi comici di Christian De Sica nell’epoca d’oro, anche — forse soprattutto — in coppia con Massimo Ghini, che aveva sostituito Boldi cercando un umorismo appena più sofisticato. Ci sono alcuni duetti in Natale a Rio degni di miglior causa. Oggi che i cinepanettoni non ci sono più — morti ufficialmente nel 2017, quando Paolo Ruffini ne decretò la fine con il cripto-film (o film-saggio) Super Vacanze di Natale, ma in realtà in coma già dal 2011 di Vacanze di Natale a Cortina — qualcuno ne sente la mancanza. Non a caso, ogni anno si tenta di individuare il film che, almeno al botteghino, possa prenderne il posto.
L’eredità impossibile del cinepanettone
Se non è Zalone (che pure qualche somiglianza col filone ce l’ha, come dico nella recensione), sono Aldo, Giovanni e Giacomo, oppure Siani, o Pieraccioni. In alternativa, si prova a riportare in pista Christian De Sica, che dal filone vorrebbe disperatamente emanciparsi, senza però riuscirci davvero.
Lo scorso anno il tentativo è stato Cortina Express: un esplicito tentativo di riesumare alcuni elementi del rituale Filmauro, con toni più sofisticati dettati dalla regia di Eros Puglielli, un sottofondo noir e l’interazione tra la cafoneria ben temperata di De Sica e gli equivoci slapstick di Lillo, ormai corpo comico per definizione con Puglielli prima in Gli idoli delle donne e poi nella serie Sono Lillo. Il colpo è riuscito: il film è piaciuto, ha incassato abbastanza bene, ha messo insieme un team.
Arriva in questi giorni in sala, relativamente lontano dal carro armato Buen Camino, Agata Christian, con cui si prende l’elemento più interessante del film precedente — il mix di generi — e si spinge con decisione sul versante giallo. Complice anche un diverso gruppo di sceneggiatori, il film è un vero e proprio giallo classico infarcito di umorismo: il nostro Knives Out mescolato al cinepanettone.
Rispetto al film natalizio del 2024, in Agata Christian (che vede De Sica nei panni di un detective geniale e antipatico chiamato a risolvere un delitto misteriosissimo mentre è bloccato in una casa di montagna insieme ai sospetti) aumenta la solidità della struttura e, al tempo stesso, la natura vernacolare e triviale delle gag. Dalla scurrilità reiterata di De Sica alle gag di Lillo che ricordano qua e là Boldi (il cane che assalta i testicoli), fino alla varia umanità che circonda investigatori e poliziotti.
Volgarità come linguaggio del reale
Il film, al di là del suo valore specifico (per il quale vi rimandiamo alla nostra recensione), testimonia un fatto che pare incontrovertibile: per raccontare il mondo e la società in cui viviamo, il cinema italiano ha bisogno di volgarità verbale e visiva per mostrare quella intellettuale.
Basta confrontare i due film. Cortina Express è una commedia riuscita, con meccanismi oliati, una regia solida, attori e scrittura allineati a un’idea di commedia più ricercata, ma che non vuole raccontare il Paese. Così come non riescono a farlo le decine di film che dichiarano di ispirarsi a Risi e Monicelli e finiscono per partorire cloni vuoti — come, purtroppo, alcune recenti prove di Massimiliano Bruno.
Agata Christian, pur senza le pretese di critica — sebbene mascherate — dei film di Vanzina e Neri Parenti, mostra la borghesia oscena di oggi e, a differenza del passato, non si identifica in essa, non ne assolve le miserie, ma le punisce, sposando lo sguardo disilluso del detective o quello bonario del poliziotto.
Un tempo, negli anni d’oro della nostra industria filmica, registi e sceneggiatori sapevano usare la cattiveria. Oggi ci si limita al vaffa, ai mortacci e via dicendo: segno di una decadenza bilaterale, certo, tanto di chi giudica quanto di chi è giudicato. Ma anche il sintomo di un cinema che, pur avendo messo in soffitta i cinepanettoni, continua a pensare di non poterne fare a meno.
Devono cambiare i film, o noi che li guardiamo e, magari, ridiamo sentendoci in colpa?