Gli anime sono la morte dell'arte
Il manga è meglio dell'anime? L'adattamento è esso stesso un originale? Le discussioni in merito sembrano nascere continuamente senza mai trovare una fine. Cerchiamo di analizzare il tema, senza partire da posizioni ideologiche polarizzate.
«Il manga è l’opera originale, l’anime è solo un adattamento.»
Tale convinzione nasce in un’epoca precisa, in cui il “cartone animato” era talvolta inteso quale prodotto esclusivamente derivativo, il più delle volte realizzato con budget limitati, animazioni qualitativamente non eccelse, filler inseriti a causa delle differenti velocità di fruizione dei media. Tuttavia, continuare oggi - nel panorama produttivo del 2026 - a sostenere che gli anime siano meri prodotti "grezzi", realizzati con funzione prevalentemente commerciale, significa ignorare come certe storie vengono comprese, interiorizzate e ricordate dal pubblico.
Insomma, se pensate che l'anime sia un prodotto scisso dal manga e qualitativamente inferiore, siete fuori strada. E lo diciamo da lettori piuttosto che da anime-watcher.
Eppure, talvolta, gli "assolutisti del manga" non sembrano pronti ad affrontare il discorso.
Ma questo ci fermerà? No, lo sviscereremo ugualmente.
Gerarchia spicciola
Nel discorso critico su manga e anime persiste una gerarchia implicita raramente messa in discussione: il manga come fonte primaria e legittima di un'opera, l’anime come derivazione secondaria della stessa. Una distinzione che ha avuto senso per decenni, auto-alimentadosi, ma che oggi mostra crepe sempre più evidenti. Separare rigidamente i media, in certi casi, significa perdere il senso stesso del progetto narrativo, riducendo opere complesse a letture quantomeno parziali.
Sta di fatto che non tutte le storie nascono per essere vissute allo stesso modo. Alcune funzionano esclusivamente sulla carta, altre chiedono movimento, voce, tempi stretti o dilatati: pensate a Berserk di Miura, un capolavoro su carta, ma che nessun studio d'animazione è riuscito ad adattare decentemente. Ma pensate anche a Jujutsu Kaisen di Akutami, il cui anime continua a macinare numeri, nonostante la pessima resa "su carta" e il decadimento del manga palese negli ultimi volumi.
Dunque, continuare a valutare manga e anime come entità autonome, assegnando automaticamente al primo una superiorità ontologica, è - a parer nostro - un errore metodologico prima ancora che culturale e critico. E ciò accade anche perché viviamo in un’epoca in cui molti studi d’animazione non si limitano a “trasporre il materiale originale”, persi in uno slancio di creatività atta sia a migliorare, sia a penalizzare l’idea iniziale.
Eppure, che dir si voglia, ogni volta che un anime supera il manga da cui è tratto, la reazione dei fan è quasi sempre la stessa: minimizzare, giustificare, ridimensionare la portata del fenomeno. L’anime diventa “solo un adattamento ben animato”, mentre il manga torna a essere l’unica opera considerata legittima. Ma cosa succede quando i dati, la ricezione del pubblico e l’impatto culturale raccontano un’altra storia? Per rispondere al quesito, prenderemo una posizione chiara e volutamente scomoda: siamo convinti - pur essendo amanti dei manga - che esistano opere che non possono essere comprese a pieno se approcciate senza il loro adattamento animato. E negarlo è perpetrare nell’errore.
Tutta questione di letteratura comparata
Nel campo degli studi accademici (specialmente in letterature comparate), l’idea che un adattamento sia per definizione un’opera “secondaria” o “inferiore” rispetto al testo di partenza è ampiamente superata. Per tempo immemore, cinema, televisione e animazione sono stati valutati attraverso il criterio della fedeltà, in merito a quanto un adattamento rispettasse l’originale. Oggi questa domanda è considerata non solo limitante, ma metodologicamente scorretta.
Questo cambio di prospettiva si inserisce in un quadro più ampio di studi sull’intermedialità e sulla transmedialità. Come sostiene Henry Jenkins, “le opere contemporanee spesso esistono come ecosistemi narrativi, in cui ogni medium contribuisce alla costruzione del significato facendo ciò che sa fare meglio”. In questo contesto, manga e anime possono essere intese quali componenti complementari di un unico progetto culturale: eccola qui la crossmedialità.
Anche l’idea di un “originale” intoccabile è stata fortemente ridimensionata. A partire dal pensiero post-strutturalista, il senso di un’opera non risiede esclusivamente nel testo di partenza, ma emerge nel rapporto tra testo, medium e pubblico. Di conseguenza, quando un adattamento diventa la forma attraverso cui la maggioranza del pubblico conosce un’opera, esso non è più mero accessorio, ma costitutivo del suo significato.
Perché non tutti gli adattamenti riescono col buco.
L’Attacco dei Giganti, non un manga per bambini
Nato dal genio di Hajime Isayama, L’Attacco dei Giganti ha avuto un avvio moderato ma è esploso in popolarità, indovinate quando? Esatto, a partire dall’uscita dell’anime. Gli ultimi dati di vendita Oricon mostrano che tutti gli 11 volumi del manga sono finiti di frequente nella top 40, con una vera e propria impennata nel biennio 2012-2013 per l’inizio della serie anime. In pratica, il lancio televisivo di Shingeki no Kyojin ha spinto migliaia di nuovi fan a cercare i volumi cartacei, rendendo la serie un bestseller. Isayama, conscio dei limiti iniziali, non ha mai nascosto un tratto grezzo e incerto (e siamo gentili), figure sproporzionate, uno stile elementare che, però, col tempo è stato in grado di perfezionare.
Ma l’importanza dell’anime emerge anche nelle performance attoriali, nelle musiche, nelle opening ed ending. Dopotutto, è innegabile che un adattamento audiovisivo permetta allo spettatore di percepire meglio l’angoscia e la rabbia del personaggio rispetto al solo cartaceo.
Demon Slayer (Kimetsu no Yaiba) e la nascita del brand
Una situazione analoga, ma ancor più estremizzata, riguarda Demon Slayer. Il manga di Koyoharu Gotouge aveva raccolto un discreto successo editoriale, ma con pessime critiche a un disegno non proprio preciso. Nonostante ciò e in maniera totalmente arbitraria, il suo adattamento anime, realizzato da Ufotable a partire dal 2019, ha creato quel che a me piace definire un autentico brand. I numeri parlano chiaro: in questo caso specifico, le vendite complessive del manga sono state trainate dal successo dell’anime. Difatti, Demon Slayer nel 2018 era solo al 15º posto nelle vendite annue dei manga, ma con l’arrivo dell’anime ha raggiunto addirittura il primo posto. E questo probabilmente perché - al di là che siate o meno fan dell’opera - senza la trasposizione animata è difficile immaginare un simile boom.
Jujutsu Kaisen, un disastro reso arte
Jujutsu Kaisen rappresenta un’altra conferma dell’importanza dell’adattamento in un'opera "mid" (passateci il termine). Difatti, è innegabile che il manga di Gege Akutami abbia goduto di grande popolarità in un primo momento, ma negli ultimi archi narrativi gli appassionati lamentano disegni spesso abbozzati, uniti a scene confusionarie e una scrittura poco chiara. Molti lettori hanno trovato i combattimenti del manga difficili da seguire, e la resa grafica a volte peggiora man mano che l’autore cercava di accelerare la pubblicazione mensile. Il nostro povero Gege ha dato evidenti segni di turbamento sin da subito, ma il mondo lo ha ignorato finché non ha concluso l'opera in fretta, lasciando molti interrogativi in sospeso.
In questo contesto, MAPPA è stato fondamentale. Lo studio d'animazione ha alzato il livello a tal punto che, ad oggi, l’anime di Jujutsu Kaisen viene lodato per la regia dinamica e le animazioni spettacolari, scontri mozzafiato, per non parlare delle citazioni al cinema d'autore (una passione dello studio). Ciò è stato confermato anche dalle classifiche di gradimento: strano ma vero, Jujutsu Kaisen continua a scalare vendite e incassi, nonostante il cartaceo si sia concluso ormai da un po'. E questo al netto delle decine e decine di denunce da parte di animatori dipendenti in merito alle pessime condizioni di lavoro negli studios di MAPPA: e chissà se la recente collaborazione tra Netflix e il colosso animato nipponico cambierà le cose, in meglio o in peggio che dir si voglia.
Eppure, è proprio quando suddetti capolavori vengono intaccati che l'adattamento anime condanna un'opera all'inferno.
E quando l’adattamento incenerisce il cartaceo?
Ed eccoci qui, al rovescio della medaglia. Sì, perché se l’analisi di cui sopra mostra come molti franchise moderni funzionino sfruttando il supporto dell’animazione, dobbiamo ricordare quanto - fino a qualche tempo fa - l'adattamento anime facesse tremar le vene e i polsi dei fan. Ci sono almeno tre casi emblematici in cui l’anime non ha fatto altro che rovinare il materiale originale.
Un altro caso clamoroso - e doloroso - è la stagione 2 di The Promised Neverland. Dopo una prima parte eccellente, inquietante al punto giusto e profondamente disturbante, l’anime decide di eliminare interi archi narrativi presenti nel manga, compresi personaggi fondamentali e uno degli archi più amati dai fan. Il risultato? Una vera catastrofe, ma mai funesto quanto l'adattamento di quell'opera magistrale che è Berserk.
Il manga di Kentaro Miura è un capolavoro di tecnica, illustrazione e narrazione, celebre per i suoi dettagli e la sua atmosfera opprimente. Tuttavia, l’anime soffre di un uso maldestro della CGI, animazioni rigide che mal si adattano alla storia, e un frame rate instabile. Elementi che purtroppo contribuiscono al progressivo disfacimento dell’intensità delle scene, in parte anche della profondità dei dialoghi e della resa del character design. Più che un semplice brutto adattamento, il Berserk del 2016 viene spesso visto come un tradimento dell’essenza stessa dell’opera originale.
L'anime è la morte dell'arte?
Dunque, è vero che l’animazione non sempre aggiunge valore al concept di base, soprattutto quando ci troviamo dinanzi a un adattamento troppo "libertino" che ha compromesso il materiale originale, inficiando l'esperienza dei fan. Eppure, è altrettanto vero che - in talune circostanze - l’anime risulta parte integrante dell’opera complessiva, e questo dimostra che non si può ignorare un media in favore dell’altro senza perdere un pezzo fondamentale dell’esperienza.
E allora eccoci qui, alle considerazioni finali in merito a un argomento astioso, spesso fonte di litigi tra appassionati e critici. Il manga è meglio dell'anime? L'adattamento è esso stesso un originale?
A nosstro parere, no: nessuna di queste opzioni può essere considerata assolutamente vera e inderogabile. Negli anni, il rapporto tra manga e anime si sta rivelando un legame simbiotico piuttosto che una mera trasposizione unilaterale. Ogni volta che ci imbattiamo in un anime di qualità, le vendite del manga tendono ad aumentare drasticamente e, alla luce di ciò, la separazione netta tra media è in molti casi ingiustificata.
Solo l’insieme dei due fattori può rendere giustizia al potenziale narrativo ed estetico dell’opera, e continuare a valutare tali opere ignorando l’adattamento animato significa analizzarle a metà. E difendere a spada tratta la supremazia del manga è mera nostalgia ideologica, un atto che ci rende ciechi davanti a quella che, per molti, è una scomoda evidenza.