Legge Omertà, remake di un film già visto: quando Andreotti voleva cancellare il neorealismo

Fratelli D'Italia sta lavorando su una proposta di legge che vieterebbe l'apologia di comportamenti mafiosi, argomento che andrebbe a toccare anche film e serie tv di genere. In passato questa strada è stata intrapresa anche da un altro leader politico: Giulio Andreotti.

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Maria Carolina Varchi, Onorevole di Fratelli D'Italia, è diventata protagonista del dibattito cinematografico nelle ultime settimane. Al centro di tutto una proposta di legge, che vede la donna principale firmataria, concepita per frenare l'emulazione di comportamenti mafiosi. L'intenzione, infatti, è quella di introdurre l'articolo 416 bis.2 all'interno del Codice Penale. La proposta, attualmente al vaglio della Commissione di Giustizia, prevede che chiunque esalti metodi, princìpi o comportamenti delle associazioni criminali di tipo mafioso possa scontare una pena detentiva da 6 mesi a 3 anni più una multa che potrebbe andare da 1000 a 10.000 euro. Nel mare magnum di contenuti e realtà attenzionate ci finisce anche il cinema.

Tale pena, se la proposta di legge dovesse essere approvata in via definitiva, la rischierebbero anche film e serie tv tematiche. A tal proposito la legge in questione è stata già ribattezzata "anti-Gomorra", in riferimento alla serie tv tratta dal celebre libro di Roberto Saviano. Lo sgomento degli addetti ai lavori è stato generale: si teme che tale espediente possa agevolare la censura e numerose, in tal senso, cominciano a essere le dimostrazioni di dissenso. Si tratta, al momento, esclusivamente di una proposta.

Legge Omertà tra passato e presente

Tanto basta, però, per far saltare idealmente sulla sedia un comparto lavorativo. Il quale già si vede dimezzare i fondi a disposizione – chiedere al Ministro della Cultura Giuli – contro cui addetti ai lavori del cinema e dello spettacolo sono intervenuti per chiedere un trattamento più equo e maggiore considerazione, inoltre deve anche mettere in conto la possibilità di ritrovarsi con il freno a mano tirato qualora scegliesse di raccontare e dare risonanza a determinate vicende.

Questo clima, tuttavia, sembra un film già visto – per rimanere in tema – quando ancora non c'erano determinate velleità e lo scenario era completamente diverso. Per capirlo ancora meglio dobbiamo tornare indietro al 1952. Il 28 febbraio di quell'anno, sulla rivista democristiana Libertas, uscì un articolo dal titolo netto e inequivocabile: "Piaghe sociali e necessità di redenzione", la firma era di Giulio Andreotti. Il noto politico, infatti, si è lanciato in un'intemerata dettagliata e ricca di riferimenti nei confronti di Vittorio De Sica. L'accusa, nei confronti del regista, verteva sul "pessimo servigio alla patria" che De Sica avrebbe reso attraverso la "descrizione di una piaga sociale con valente maestria".

Andreotti contro De Sica

Il rimando era, senza alcun timore reverenziale, al capolavoro di genere Umberto D. La definizione di capolavoro non è soggettiva, ma rappresenta il parere della critica tutta in quanto quell'opera – ancora oggi – è considerata il manifesto del neorealismo cinematografico che rappresenta l'ambizione di attori e registi nel rappresentare un'Italia colpita al cuore, nell'immediato secondo dopoguerra, destinata a rialzarsi e a leccarsi le ferite al termine di un conflitto che sembrava averle portato via tutto. Questo non convinceva Giulio Andreotti, il quale – non contento – aggiunge: "Le opere di De Sica sono prive di quel minimo di insegnamento che giovi nella realtà a rendere domani meno freddo l’ambiente di quanti in silenzio si consumano, soffrono e muoiono".

Vittorio De Sica

Secondo Andreotti i film di De Sica, a partire da Umberto D, non avevano "un ottimismo sano e costruttivo che aiuti veramente l’umanità a sperare". La speranza era affidata al genere cinematografico e non all'evoluzione della civiltà. Erano altri tempi, ma le basi per intavolare una protesta rimasero simili a quelle odierne. Infatti da quell'articolo fiume del noto leader politico si attivò immediatamente l'Ufficio Centrale per la Cinematografia con l'obiettivo di vagliare le opere future per "evitare di promuovere esempi negativi per il Paese".

Il timore della censura e le manifestazioni di piazza

De Sica, in altre parole, venne tacciato come sovversivo. Aveva soltanto la "colpa" di mostrare un Paese ferito nell'orgoglio e nel profondo, al termine di un conflitto sanguinoso, che cercava esclusivamente una nuova dimensione. Sottolineare questo, al cinema e in televisione, voleva dire – secondo la politica dell'epoca – dare un cattivo esempio. Evitare ripercussioni era diventato il nuovo mantra dell'Esecutivo a trazione democristiana, ma non bastò un articolo pungente a mettere all'angolo artisti e artiste desiderose di cambiamento.

Vittorio De Sica e Sophia Loren

Il comparto cinematografico, con Vittorio De Sica e Pietro Germi (l'uomo che ha dato vita alla commedia cinica, amara e inesorabilmente provocatoria) in prima fila, ha espresso il proprio dissenso attraverso polemiche e manifestazioni di piazza. Uniti per il cinema, con il cinema. In cantiere c'era una proposta di legge simile a quella attualmente presentata dall'Onorevole Varchi. Il risultato, però, fu a senso unico: l'idea di una certa corrente politica, benché supportata dalla maggioranza dei rappresentanti, ha trovato l'impedimento collettivo da parte degli addetti ai lavori. Pronti a difendere la propria autonomia a qualsiasi costo. Si temeva la censura, invece è arrivata – non senza fatica – una rinascita.

Dal secondo dopoguerra a oggi

Il secondo dopoguerra – anche e soprattutto grazie a Vittorio De Sica e Umberto D – ha portato l'Italia e gli italiani a essere conosciuti e riconoscibili anche all'estero. Al punto che persino Andreotti dovette ricredersi: lo fece in maniera tardiva, ma nel 2005 – in un'intervista a Federico Pontiggia – ammise di aver esagerato nei confronti di Vittorio De Sica. "Non ritenevo l'Italia fosse composta unicamente da pensionati che muoiono di fame (Umberto D., NdR) o di ladri di biciclette, ho riconsiderato il neorealismo". Un concetto di giustizia che è stato affermato e ribadito a fatica, grazie alla caparbietà di registi e produttori, per evitare di piombare nell'oblio.

Oggi, a distanza di 73 anni, potrebbe accadere la stessa cosa. Potrebbe essere arrivato il momento di ribadire che il cinema, così come le serie tv che ne derivano, è una cartina tornasole della cultura e della civiltà e – in quanto tale – dev'essere libero di poter raccontare qualsiasi sfaccettatura di un Paese. Anche i lati più oscuri. Il cinema, nella sua interezza, non emula: educa le coscienze scuotendole anche in maniera dura. Senza sconti. Porta all'attenzione, proprio come ha fatto De Sica con Umberto D e non solo, alcune cicatrici della collettività per cercare di arginare le ferite più profonde attraverso una consapevolezza visiva rinnovata.

I titoli di coda sulla criminalità

La criminalità organizzata non si sconfigge togliendo la vena creativa e l'ispirazione a un comparto di lavoro con divieti e privazioni. In sala e in televisione si può e si deve parlare di tutto, affrontandolo nella maniera più diretta, coinvolgente e credibile, se necessario. Gomorra e altri prodotti simili, attualmente, sono l'esempio più attendibile di chiarezza. Non possono essere concepiti come nocivi perchè aprono gli occhi su qualcosa che altrimenti rimarrebbe soltanto un'argomentazione comune tra un ennesimo episodio di cronaca irrisolto e l'altro. Invece prodotti come quelli proposti da Stefano Sollima e Marco D'Amore, ma non solo, restano spartiacque rispetto a una narrazione univoca e senza alternative di un problema che esiste. E continuerà a esistere. A prescindere dalla messa in onda o meno di determinati contenuti.

I quali, però, possono aiutare a capire che – anche in mezzo all'oscurità – esiste una via d'uscita. La quale potrebbe passare persino da un prodotto attendibile in sala. In grado di stimolare riflessioni ed emozioni profonde. I divieti e le privazioni, a livello artistico, non hanno trovato impatto con De Sica e Germi. Andreotti è dovuto tornare sui propri passi e la proposta di legge per bloccare determinate opere è finita nel cestino. Ora, in tal senso, si gioca un secondo tempo ed è ugualmente importante: occorre scegliere se lasciarsi imbrigliare dai timori reverenziali e dagli stereotipi ("L'Italia è solo poveracci o ladri di biciclette"; "Sono tutti criminali"), oppure lasciare spazio all'arte – in ogni sua forma – per comprendere che, forse, nei momenti difficili, è una delle poche risorse possibili per intraprendere una rivoluzione civile. Anche al cinema.

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