Massimo Troisi, la nostalgia e il calesse su cui (ancora) fatichiamo a salire
34 anni fa usciva nelle sale "Pensavo fosse amore invece era un calesse", film che ha descritto l'amore appieno con tutte le sue sfumature e i lati più oscuri. L'opera, tuttavia, continua a dimostrare quanto manca Massimo Troisi nella quotidianità artistica dell'Italia.
Massimo Troisi è in ogni gesto di ciascuno, almeno di quelli che sanno coglierne i riferimenti nella semplicità. Lo vediamo, implicitamente, quando qualcuno cerca di accennare le parole di una canzone senza saperle; quando qualcun altro cita Dante e Beatrice, oppure quando vediamo parlare una coppia in lontananza e – nel bel mezzo della discussione – si sente: "Se posso essere sincera". La risposta immediata, senza neanche pensarci, dovrebbe essere: "No, dimmi pure una bugia". Non è solo omaggio e riconoscenza perenne, ma proprio la dimostrazione del fatto che Massimo Troisi ha raccontato questo Paese (l'Italia) come nessun altro.
È riuscito a mettere insieme vizi e virtù dell'essere italiani usando la lingua dell'amore. Il napoletano, oggi, è onnipresente: ai tempi di Troisi, però, era come una serenata che in pochi sapevano e riuscivano ad armonizzare. Pino Daniele ha insegnato che la lingua partenopea sta bene su tutto, come hanno fatto altri grandi della canzone prima di lui, Massimo Troisi lo ha dimostrato al cinema e in teatro. Dove chiunque, anche a ragione, determina che la dizione può aprire molte porte. Parlare correttamente è un lasciapassare, non l'unico, per il palcoscenico e il grande schermo.Una questione di cuore
Parlare in dialetto è un lasciapassare per il cuore. Questa seconda strada, se usata a dovere, rende eterni. Così è capitato a Massimo Troisi che, dal primo all'ultimo suo lavoro, lingua e cuore li ha messi al primo posto decidendo lui cosa dire e come comunicarlo. "Io il film lo voglio fare con il cuore mio, non con quello di un altro", avrebbe detto prima di finire – a fatica – Il Postino in attesa di un trapianto che avrebbe potuto e dovuto essere risolutivo. Il grande vuoto che ha lasciato e lascia, Troisi, però è colmato (anche se solo parzialmente) dall'autenticità delle sue opere.
La sua rivoluzione, tanto sul palcoscenico quanto in sala, è stata quella di far emergere – con grazia, garbo e genialità – i difetti di ciascuno di noi. Tutti quei piccoli "marchi di fabbrica" che rendono unici sia uomini che donne nelle proprie storture. Troppo spesso si dice che l'imperfezione fa la differenza, che ci si innamora dei difetti perché rendono speciale e determinata ogni persona. Anche nelle proprie asperità. Massimo Troisi non solo ha enfatizzato questo concetto, attualmente inflazionato, ma è riuscito a far capire che le coscienze (oltre a essere educate) devono essere comprese. Ce lo ha messo sotto gli occhi, questo teorema, come una legge non scritta che dobbiamo applicare rigorosamente se vogliamo provare a capire qualcosa dentro quest'altalena esistenziale.
Pensavo fosse amore invece era un calesse
"Mia moglie voleva cambiare tutto della mia vita. Via gli amici, via il pallone, via questo, via quello. Poi diceva: 'Voglio essere la donna della tua vita'. Ma se vuoi essere la donna della mia vita, mi devi lasciare una vita, dicevo io".
In queste parole, forse, c'è l'essenza di Troisi perchè determina – nella semplicità più disarmante – quanto ciascuno si sforzi per cercare di capire e cambiare l'altro, ma in realtà dovrebbe trattarsi solo di conoscersi. E cercare di smussare gli angoli, reciprocamente, in egual misura, accettando persino le reciproche falle caratteriali – che i più definiscono difetti – perchè ci rendono imperfetti, fallibili, ma anche inevitabilmente umani con un cuore che batte e dei sentimenti. Nonostante tutto.
34 anni fa, a tal proposito, usciva Pensavo fosse amore invece era un calesse. Un film non d'amore, ma sull'amore. Un vero e proprio trattato alla Troisi maniera che descrive dinamiche di coppia in grado di coinvolgere chiunque. Persino chi ritiene di essere immune o al di sopra delle parti. Quelli che dicono: "Tanto a me non capiterà mai". Invece capita e succede proprio a coloro che pesavano di aver scampato pericoli o ripercussioni di sorta.
Il significato nel nome
Il monito dell'opera risiede già nel nome: "Perchè Calesse? Per spiegare al meglio la delusione di un qualcosa le cui aspettative non sono state mantenute. Poteva essere usato un qualsiasi altro oggetto: una sedia o un tavolo, che si contrappone come oggetto materiale all'amore spirituale che non c'è più. Mi piaceva e poi si possono trovare tante cose con il calesse: si va piano, si va in uno, si va in due, ci sta pure il cavallo. Quando non è più amore ma calesse, bisogna avere il coraggio della fine. Piano piano, con dolcezza, senza fare male. Ci vuole lo stesso impegno e la stessa intensità dell'inizio. Le storie d'amore non mancano mai nei film, quindi farne un'altra mi sembrava una cosa né stupida, né eccezionale ma raccontata in questi termini mi incuriosiva".
Troisi non rifugge i sentimenti, anzi li incontra in maniera totalizzante. Sceglie di affrontarli di petto, come in ogni sua opera, attraverso metodi e strategie del tutto personali che poi, però, riflettono comportamenti molto simili a quelli che vengono messi in atto da chiunque si ritrovi al cospetto di un amore grande che finisce per spegnersi come un cerino. Non è routine, nemmeno inerzia, ma evoluzione e – citando sempre Troisi – per viaggiare insieme occorre avere anche la possibilità di aspettare chi sembra possedere un ritmo diverso. Di comprensione, maturazione ed emancipazione.
L'ultimo inchino
Non è un obbligo, viaggiare l'uno accanto all'altro, in una coppia. Semmai un privilegio che prevede, però, anche degli oneri e il più importante per Troisi riguarda la capacità di non ferire qualcuno gratuitamente anche quando è finito un sentimento o ci si ferma per una sosta indesiderata. Nell'arco di un tragitto che, inizialmente sembrava un passo a due, ora è più simile a un assolo. Insomma Troisi ci sta dicendo, a suon di frasi, tormentoni e battute geniali, che c'è modo e modo di congedarsi. L'ultimo inchino, prima di uscire di scena, in amore, in amicizia, nella vita, è fondamentale tanto quanto il primo. Quello che facciamo per presentarci quando veniamo al mondo, oppure scegliamo di condividere la nostra anima (che nel migliore dei casi diventa anche carne) con qualcuno.
Niente dura per sempre, ma possiamo decidere in che modo concludere. Per non avere rimpianti o almeno per non lasciare che la paura del viaggio metta in discussione tutto il resto, compreso quel calesse sul quale non vogliamo salireo – peggio ancora – dal quale non riusciamo a scendere.
Ecco, Massimo Troisi manca anche perché sapeva dare lezioni del genere (anche amare) con la leggerezza di colui che non ti avrebbe mai abbandonato: "Cca, se uno deve morire, s'ha da fa e cos' soj. O non muore, oppure s'organizza e se 'e fa prim'. Senza 'ra fastidio alla gente". Diciamo che Massimo Troisi, purtroppo e per fortuna, si era organizzato per tempo lasciandoci un patrimonio inestimabile da cui attingere. Anche quando a trionfare sarebbe stata la nostalgia.