Oltre le gabbie del true crime

Dal true crime alla dignità del cinema: La gioia e 40 secondi trasformano la cronaca nera in racconto umano, superando voyeurismo e sensazionalismo per restituire complessità a vittime e carnefici

Condividi

La persona che sta scrivendo questo pezzo è felice quando inizia un nuovo mese, perché sa che ci sarà una nuova puntata di Indagini ad attenderla. La stessa persona si ritrova, mentre compulsivamente naviga in rete alla ricerca di approfondimenti sulle storie raccontate da Stefano Nazzi, a guardare con grande interesse gli stralci di Un giorno in pretura, uno dei grandi programmi della nostra televisione. È la stessa persona che prova un piacere profondo quando sente Carlo Lucarelli raccontare delitti più o meno noti (e il suo Blu notte - Misteri italiani era un capolavoro).

Questa premessa mi serve per dire che non ho alcun pregiudizio contro il true crime. Sono però convinto che il suo successo, sempre crescente e ormai trasversale, porti con sé una deriva del nostro sguardo, del nostro modo di conoscere la realtà. Il bisogno di narrazione è umano; ma se distorce i fatti per colpire le emozioni, allora diventa voyeurismo, pornografia del delitto. Vale per i podcast o le trasmissioni televisive che grufolano ora nel dolore, ora nell’orrore; vale per i prodotti narrativi, letterari o audiovisivi che siano.

E poi, per fortuna, c’è il cinema. Non che la settima arte non sia mai caduta nei trabocchetti del sensazionalismo — anzi — ma in 130 anni ha sviluppato gli anticorpi per elaborare i rischi della volgarizzazione del reale, per trovare contromisure estetiche e stilistiche che smettano di solleticare il basso ventre e tornino a titillare cervello, occhi, cuore.

In questi giorni è in sala La gioia di Nicolangelo Gelormini, con Valeria Golino e Saul Nanni, che rielabora la vicenda di Gloria Rosboch. La trama resta fedele al fatto di cronaca — una professoressa dimessa e modesta sedotta da un ragazzo che le sottrae tutti i risparmi — ma il film non lo racconta come farebbe un prodotto true crime: ne fa piuttosto la base per un autentico adattamento artistico, come se il caso giudiziario fosse un romanzo.

Al regista, agli sceneggiatori e ai produttori — tra cui la stessa Golino — non interessa ricostruire il fatto, gli eventi che hanno portato all’omicidio o, peggio, indulgere nei moventi e nei dettagli perfetti per le prurigini pomeridiane del piccolo schermo. Interessa raccontare le persone dietro l’evento, trasfigurarle in personaggi, comprenderne la complessità e la vitalità prima ancora dei moventi, portarli all’altezza dello spettatore e restituire loro la dignità del (buon) cinema.

Questa è la chiave: non piegare il cinema alla cronaca, ma usare la seconda per fare qualcosa di buono con il primo. Letteralmente, La gioia libera i coinvolti dal fattaccio e li fa librare in un cinema che cerca il rischio, tenta l’invenzione, guarda oltre il già visto. Speriamo abbia una vita migliore di un film di qualche mese fa che ha percorso strade simili, con risultati persino superiori, ma è sparito quasi subito dalle sale e dai discorsi.

Parlo di 40 secondi, che rilegge la morte di Willy Duarte Monteiro per mano dei fratelli Bianchi. Qui il regista Vincenzo Alfieri, insieme allo sceneggiatore Giuseppe Stasi, amplia il discorso sulla dignità del cinema estendendolo a un’intera comunità: quella dei ragazzi della provincia romana coinvolti nella vicenda. Li segue nella giornata precedente al fatto e li racconta come ragazzi, non solo vittime e carnefici, ma figli di un luogo e di una società che li ha privati di stimoli e speranze, spingendoli a reagire come possono, anche facendo della violenza un passaggio verso un’illusoria altra vita.

Entrambi i film hanno a cuore l’umanità tanto delle vittime — spesso ridotte a stereotipi facili da manipolare (la donna ingenua, il ragazzo figlio di immigrati con il razzismo dietro l’angolo) — quanto quella dei carnefici: persone prima che criminali, immerse in contesti precisi, con personalità e psicologie impossibili da ridurre. Il cinema, quello buono (e talvolta la buona televisione seriale), fa questo: rende complesso e degno di racconto ciò che la cronaca tratta come semplice e banale. Lo fa con le immagini, con i suoni, con i colori. Lo fa con la volontà di non essere soltanto intrattenimento.

Continua a leggere su BadTaste