Addio a Haskell Wexler, il creatore dell'estetica della Hollywood indipendente e anticonformista
Non è mai diventato una star della fotografia eppure Haskell Wexler ebbe un contributo fondamentale in una delle fasi più importanti del cinema americano
Haskell Wexler ha cambiato molto di quello che sappiamo sulla fotografia lavorando prima sul bianco e nero (uno dei suoi due Oscar, quello per Chi ha paura di Virginia Woolf? è stato l’ultimo della categoria Miglior fotografia in bianco e nero) e solo successivamente sul colore. Negli anni in cui una nuova generazione di cineasti realizzava film diversi, più brutali, diretti, lontanissimi dalla realtà edulcorata e bambinesca in cui Hollywood si era rintanata, Wexler confezionava le luci migliori.
Se la collaborazione con Mike Nichols con Elizabeth Taylor lo consacra con il massimo premio ricevibile negli Stati Uniti, è però il successivo, La calda notte dell’ispettore Tibbs, il suo capolavoro. In un film di tenebre e paura, di tensione e neon, con un protagonista di colore Wexler inventa un nuovo standard per l’illuminazione dei volti afroamericani. Prima di quel momento Hollywood non si era mai curata di illuminare a dovere la pelle nera ma aveva usato le medesime tecniche in voga per i bianchi. Wexler cambia passo e ritmo, dona ad uno dei film più importanti per la riscossa afroamericana all’interno dello studio system, l’onore di una fotografia ad hoc.

Bravissimo con gli scenari naturali (in particolare è magistrale il suo uso della nebbia) Wexler poteva addirittura vantare d’aver preso parte, sebbene non accreditato, alle folli riprese di I giorni del cielo di Terrence Malick, film girato tutto al tramonto e in giro per l’America, inseguendo i campi di grano nella stagione dei raccolti. Un vero trionfo di estetica ed equilibrio cromatico tra esseri umani ed elementi naturali. Stessa sorte (il non essere accreditato) che gli era capitata per un altro film cardinale nella storia del cinema americano indipendente: Volti di John Cassavetes. Vero trionfo del bianco e nero sporco e artigianale, rude e brutale.
Le sue immagini audaci e le composizioni inusuali hanno avuto un contributo determinante a sbloccare HollywoodTra tutti però si era legato al regista meno celebrato e più oscuro (eppure determinante) della New Hollywood, Hal Ashby. Con lui ha girato Questa terra è la mia terra, Tornando a caso, Second Hand Hearts e Cercando di uscire. Proprio con Ashby il suo stile ha trovato la maggiore compiutezza, è con il rifiuto di accendere i colori e con il lavoro maniacale sulle ombre e le luci di quelle pellicole, che si può vedere il vero Wexler.
I film di Wexler a colori hanno sempre una dominante sottile, un tono e una palette decisi che non viene esposta con la moderna fermezza di un Wes Anderson ma lavora sottilmente, donando ad ogni film un look esclusivo. Non ci sono due film a cui abbia collaborato Wexler che si somiglino.
Accanto alla carriera da direttore della fotografia Wexler ne aveva poi una da regista che si distingue per America, America, dove vai?, in cui già nel 1969 dava libero sfogo alla sua insofferenza per le strutture tradizionali. In un film che racconta di un cameraman televisivo e che inizia con un dibattito su come si debbano filmare determinati eventi di cronaca, Haskell Wexler mescolava per la prima volta realtà e finzione con ampi margini di libertà. Personaggi finti in situazioni reali e viceversa, senza nessuna sudditanza per strutture o svolgimenti canonici. Prendendo spunto da Marshall McLuhan (il titolo originale è Medium Cool) e con le musiche di Frank Zappa and The mothers of invention, America, America, Dove Vai? è uno dei film che più rappresentano lo spirito di quest’artista.