FILM

Bad Seeds: Damian McCarthy, le radici della paura

Damien McCarthy, il regista che ha trasformato l'horror in giallo dell'aldilà: da Caveat a Oddity, fino a Hokum. Ritratto di un autore da scoprire.

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Parte oggi una nuova rubrica per presentarvi i registi emergenti, le nuove stelle del firmamento cinematografico, magari che stanno affacciandosi ora al grande pubblico oppure cineasti che hanno già parecchi film alle spalle e meritano una considerazione maggiore. I cattivi semi da cui far fiorire il miglior cinema.

Nel biennio che ha definito la grande rinascita dell'horror come genere di grande impatto commerciale e culturale, in cui il genere si è definitivamente affermato agli occhi della critica tutta, sia in versione "elevata" che in quella basica, è giusto celebrare la "scoperta" di Damien McCarthy, uno dei più genuini e consapevoli registi cinematografici nel trattare l'orrore, nel farne una visione poetica precisa, una questione di stile.

In questi giorni, nelle sale, si trova Hokum, il suo terzo lungometraggio, un film che porta a ulteriore ricchezza produttiva un percorso tanto coerente da sembrare un trittico, in cui temi e motivi, immagini e percorsi si rimbalzano, quasi fosse un'operazione cosciente. Come molti registi di genere però, McCarthy si fa notare con i cortometraggi, uscendo dall'amatorialità grazie al talento autodidatta: nel 2010, He Dies at the End e Hungry Hickory lo fanno notare nel giro dei festival specializzati in horror, fantastico e affini, e specie il secondo sembra presentare il nocciolo della futura linea d'autore dei suoi film, raccontando di una ragazza in una piccola stanza spaventata dalla porta sul fondo.

Quando, dieci anni dopo, McCarthy esordirà nel lungometraggio, lo farà seguendo quella linea guida: Caveat racconta di una ragazza con profonde turbe psichiatriche a cui viene affidato come guardiano un ragazzo, appena uscito dall'ospedale e vittima di una grave forma di amnesia. La casa in cui il loro rapporto silenzioso si sviluppa, tra catatonia e scoperte inquietanti, è il prodromo degli spazi di McCarthy, spesso ricavati dallo stesso set a Cork, luogo dove il regista è nato e ha girato tutti i suoi film: spazi chiusi e bui, fatti di pietra umida o sgualcita carta da parati, che comunicano tra loro attraverso porte piccole, finestre dalle forme strane (si veda anche il corto Hands del 2017), luci che filtrano e rendono ancora più inquietante la penombra. Spazi in cui regna la solitudine, nei quali isolarsi e rigettare le persone è un modo per difendersi, per nascondersi dal male.

Nei film di McCarthy infatti l'orrore non è soprannaturale, ma umanissimo, è la violenza delle persone, di maschi che uccidono per nascondere la verità su di loro, di famiglie reali o in costruzione che franano per paura di rompere lo status quo: il soprannaturale deriva dagli oggetti e dalle apparizioni, che sono tracce e testimonianze del male, che aiutano i protagonisti a capire, a svelare, a inchiodare i colpevoli alle proprie responsabilità. Oddity (2024) vede una donna, sensitiva cieca, andare nella casa dove vive il marito della gemella morta per cercare di capire di più del suo omicidio: a interagire con lei per farla accedere alle visioni sono degli oggetti "posseduti", in grado di metterla in contatto con la dimensione tra la vita e la morte, un cassone, un campanello e un'incredibile scultura di legno raffigurante un uomo urlante, come l'istantanea di chi arriva agli inferi. Questi oggetti servono a catalizzare l'attenzione del pubblico, a cristallizzare la paura e la tensione, aiutano la regia a evitare i facili spaventi da luna park per costruire un'atmosfera di costante attesa, tensione che giunge all'angoscia.

Questo modo di concepire la suspense, letterale senso di sospensione, di stasi, è figlio di un'idea a suo modo originale, ovvero fare dell'orrore una costola del giallo classico, del mystery: da buon irlandese, McCarthy ha la passione per il crimine prima che per mostri, spiriti e demoni, i suoi film sono la versione raggelata di un whodunit riletta col filtro dell'oltretomba. C'è un personaggio che entra volente o nolente in una scena del crimine, perlustra, cerca, domanda per capire la realtà dietro un mistero latente, investiga sul confine del paranormale e il mondo dell'aldilà si apre sempre dove c'è un crimine; ma non è una minaccia per chi cerca, solo per chi uccide.

Hokum, il suo film a budget più alto (5 milioni di dollari, contro i due di Oddity e le 250 mila sterline di Caveat), è il suo più articolato per scrittura e composizione scenica, per l'uso degli spazi che diventano una sorta di rompicapo architettonico, ma anche il più chiaro negli intenti narrativi e autoriali, volendo essere quello più vicino alla promozione mainstream. Perché è un film che mostra, prima di dichiarare, la volontà di lavorare sui meccanismi della paura, della tensione e dell'inquietudine solo per mezzo delle immagini, senza bisogno di "elevare" alcunché, ma usando la penombra, le inquadrature fisse, il potenziale visionario di scene e oggetti dall'apparenza minimale per mettere a disagio lo spettatore, per guardargli dentro. Senza shock e senza mai scordarsi il potere di una buona storia.

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