HOKUM, la recensione: quando il mostro è solo una colpa travestita
Damian McCarthy conferma con il suo terzo film la propria vocazione al folk horror gotico e firma l'opera più matura di una filmografia già solidissima, usando il fantastico irlandese per raccontare il lutto, la colpa e il bisogno (tutt'altro che scontato) di lasciarsi salvare.
Damian McCarthy ha costruito in pochi anni una filmografia coerente, fatta di case infestate che sono sempre, in fondo, teste infestate: prima con Caveat (2020), poi con Oddity (2024), il regista di Cork ha dimostrato una capacità rara di piegare gli stilemi dell’horror popolare verso un discorso più intimo, quello della colpa e del lutto irrisolto.
Con HOKUM, al cinema in Italia dal 5 agosto con Lucky Red dopo l’anteprima mondiale al SXSW, McCarthy compie un ulteriore passo di maturità, portando il proprio cinema fuori dalle mura di una singola casa per rinchiuderlo in un luogo altrettanto claustrofobico e ancora più carico di storia: un albergo isolato nella campagna irlandese, dove ogni corridoio custodisce un segreto e ogni oggetto d’antan, dal televisore a tubo catodico alle pendole da tavolo, racconta un tempo fermo, incapace di guarire.Affrontare i demoni del passato per scrivere il presente
HOKUM si apre e si chiude sulla stessa immagine, quella di uno scrittore chino sulla tastiera nel buio e nel silenzio di casa propria, intento a comporre l’epilogo del romanzo che chiude la sua trilogia più amata e che l’ha reso un autore di successo.
Ohm Bauman, interpretato da un Adam Scott spogliato di ogni ironia, si lascia suggestionare da quel silenzio fino a percepire presenze che forse non esistono, prima di fissare lo sguardo su due urne che custodiscono le ceneri dei genitori e a capire, in quell’istante, che per finire davvero la propria opera deve prima affrontare se stesso. Non c'è nulla di più intimo della scrittura, in fondo: è un atto che mette a nudo, che costringe a guardarsi senza specchi deformanti, e se non si è sinceri con se stessi nel comporla, quello che ne esce non può esserlo a sua volta. Tuttavia la scrittura, un po’ come la magia e l’arte in generale, comporta sempre un pezzo, una libbra di sanità in cambio della creatività.Da lì il viaggio di Ohm verso l’Irlanda, verso l’albergo dove i genitori trascorsero la luna di miele e in cui sua madre sognava tanto di tornare prima di morire in un tragico incidente quando Ohm era solo un bambino, si trasforma quasi subito in altro, un sogno a occhi aperti degno di un romanzo di Stephen King.
Le ceneri da spargere diventano il pretesto per un ritorno alle origini, mentre l’ostilità scontrosa del protagonista, uomo che detesta i propri lettori quanto detesta se stesso, si scioglie lentamente nel contatto con Fiona, una delle poche presenze capaci di attraversare la sua corazza. È lei a raccontargli la leggenda della suite nuziale dell’albergo, quella in cui erano stati ospiti i suoi genitori, sigillata da decenni perché vi abiterebbe una strega, ed è la sparizione di Fiona, dopo una festa, a innescare il vero motore del film: un giallo a tinte horror che per una buona parte del racconto lascia deliberatamente ambiguo il confine tra la minaccia soprannaturale e quella, molto più prosaica, di un colpevole in carne e ossa.
La strega, il cerchio e la colpa
Il pregio più interessante di HOKUM sta nella capacità di far convivere due registri del fantastico senza risolvere subito l'ambiguità tra i due. C’è un soprannaturale che McCarthy costruisce come proiezione, lo specchio deformato del trauma di Ohm, dalle visioni che lo riportano bambino alla morte della madre di cui si sente in parte responsabile - un dolore che il film non pretende mai di fargli superare, perché certe colpe non si superano, semmai si impara a conviverci. Poi c’è un altro livello, più sfuggente, quello della strega e del cerchio che dovrebbe proteggere da lei: una superstizione, una mera leggenda del folklore locale che Ohm liquida con sufficienza nella prima parte del film e a cui, mano a mano, comincia invece a credere.
Credere a quel cerchio, per lui, significa accettare che esista qualcosa fuori dal proprio controllo razionale capace di offrirgli protezione, e quindi, di riflesso, accettare di lasciarsi salvare, meritare di essere salvato. In HOKUM questo aspetto non viene sottolineato mai in modo didascalico, ma è pur sempre il vero cuore tematico dell’opera di McCarthy: la salvezza, quando arriva, non è mai una vittoria sulla colpa, è piuttosto la scelta di darsi un'ultima possibilità.
Vacillare tra i generi
Se c’è un punto in cui la scrittura di McCarthy vacilla, è proprio nel tenere insieme i due piani fino in fondo. Per gran parte del film il soprannaturale acquisisce una lettura via via più metaforica, quasi risolvibile su un piano psicologico, salvo poi lasciare aperta, nel finale, una zona più sfuggente che non trova la stessa coerenza logica del resto del racconto.
Non è un difetto che rovina l'esperienza: contribuisce anzi a restituire l’ambiguità propria del folklore che il film cita, quello per cui i mostri servono da sempre a dare un nome e una forma a ciò che altrimenti resterebbe innominabile - un lutto, un tradimento, una violenza subita in famiglia. Resta però innegabile che quella zona d’ombra lasci qualche domanda di troppo, di quelle che uno spettatore attento porta con sé a fine visione e che lascia un vago sentore amarognolo sulla lingua.
L’artigianato del terrore, tra folklore e claustrofobia
Sul piano visivo HOKUM conferma la mano di McCarthy nel costruire luoghi che diventano personaggi a loro volta. La fotografia di Colm Hogan asseconda l’atmosfera dell’albergo fuori stagione, quasi vuoto, in attesa della chiusura invernale, mentre la suite nuziale sigillata diventa l’equivalente irlandese della camera 217 di Shining, un rimando che il film non nasconde e anzi trasforma in omaggio dichiarato.
Il montacarichi che collega i piani, gli oggetti vintage, il campanello della reception che comunica con l'esterno sono tutti elementi che McCarthy sfrutta con precisione quasi artigianale per costruire tensione senza affidarsi soltanto al jump scare, pur non rinunciandovi quando serve – la libbra di carne da pagare quando si produce un horror d’autore ma che, in qualche modo, deve strizzare l’occhio all’industria hollywoodiana.
La colonna sonora di Joseph Bishara accompagna questa cornice con un uso del silenzio altrettanto calcolato, capace di rendere ogni corridoio dell’albergo più minaccioso di qualunque mostro in scena, ma di donare anche un’atmosfera favolistica, proprio come se stessimo sfogliando un tomo impolverato di vecchie leggende dei boschi.
Adam Scott e un cast che sa reggere l'ambiguità
Adam Scott regge sulle spalle l’intera pellicola con un’interpretazione che rinuncia a ogni compiacimento, restituendo un uomo scorbutico, cinico, chiuso dentro la propria solitudine come dentro una stanza sigillata quanto la suite dell'albergo. È un personaggio che convince proprio perché non cerca la simpatia dello spettatore ma la sua comprensione a poco a poco, rivelandosi pagina dopo pagina, proprio come quando leggiamo un libro e ci troviamo di fronte a un nuovo protagonista, e Scott riesce a farla emergere senza mai calcare la mano sul patetismo.
Al suo fianco, Florence Ordesh dà a Fiona una vitalità e dolcezza malinconica che rende la sua sparizione, nonostante il suo minutaggio su schermo risicato (una mancanza reale); Peter Coonan, nei panni dell’untuoso gestore dell’albergo, costruisce invece un’ambiguità morale che si rivela decisiva nella seconda metà del racconto. David Wilmot completa il quadro con un ruolo più defilato, eccentrico e non sempre affidabile, ma funzionale a restituire l’isolamento della comunità, il peso delle dicerie e la superficialità in cui possiamo cadere quando si giudica solo in superficie - un elemento che circonda l'hotel.
La conferma di una promettente nuova stagione per l’elevated horror
Alla fine, HOKUM conferma Damian McCarthy come una delle voci più solide dell'horror contemporaneo, capace di usare il folklore irlandese come lingua per raccontare quello che restiamo sempre più riluttanti a dire ad alta voce: il lutto non elaborato, la colpa tramandata nel silenzio, la fragilità di chi preferisce mostrificare il proprio dolore piuttosto che guardarlo in faccia. Qualche imprecisione nel tenere insieme i propri livelli di lettura non basta a intaccare la sostanza di un film che sa essere spaventoso e commovente al tempo stesso, e che lascia, uscendo dalla sala, la sensazione di aver visto una storia di fantasmi che parla, in realtà, di come si impara a convivere con se stessi.
Dopo Obsession, capace di trasformare un budget quasi “ridicolo” in un caso globale ribaltando il vecchio patto del desiderio con la tragedia greca, e dopo Backrooms, che ha portato la claustrofobia di uno spazio liminale a incassare centinaia di milioni facendo leva sull’angoscia più che sull’effettone scenico, il film di McCarthy si inserisce in una traiettoria che il 2026 sta rendendo sempre più difficile ignorare. L’elevated horror non è più l'eccezione colta dentro un genere popolare, ma la corrente principale attraverso cui l’horror contemporaneo elabora il presente. Un presente in cui il mostro serve sempre meno a spaventare e sempre più a costringerci a guardare quello che, altrimenti, non avremmo il coraggio di nominare.