FILM

Bad Seeds: Jane Schoenbrun, il mondo dietro uno schermo

Da A Self-Induced Hallucination a Camp Miasma, il ritratto di Jane Schoenbrun: come web, tv e cinema diventano nei suoi film una porta sulla psiche e sui suoi orrori

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Il cinema è sempre stato la fabbrica dei sogni, anche quando si trattava di incubi. Al contrario, tutte le tecnologie e i mass media successivi, televisione e internet su tutti, hanno saputo produrre solo incubi: è più o meno questo che emerge dalle riflessioni mediatiche degli ultimi 50 anni e ciò che cova sullo sfondo dei film di Jane Schoenbrun, regista indie che negli ultimi mesi si è ritrovata al centro delle attenzioni cinefile grazie all'interesse suscitato da Camp Miasma - Adolescenza, sesso e morte.

Schoenbrun, nata nel 1987, è una delle registe che maggiormente ha messo le proprie radici nell'internet culture sviluppatasi negli anni '00, che ne ha tratto un immaginario peculiare e una poetica personale. Tutto nasce quando, a circa 10 anni, Jane passa un mese intero a guardare Nightmare, facendo sbocciare l'amore per l'horror, ma soprattutto portando il suo interesse verso quel limbo dove sogno e realtà si mescolano grazie alle percezioni, all'impossibilità di stabilire coi propri sensi e pensieri dove sia il vero e l'immaginato. Solo che quel limbo non è fatto di proiezioni oniriche, ma è riempito da ciò che si trova sul web.

Da adolescente passa parecchio tempo sui forum di discussione dedicati alle serie tv, soprattutto Buffy l'ammazzavampiri e X-Files, a creare fan fiction e persino a inventarsi finti spoiler che poi diffonde online come veri. Questo tempo nelle comunità su internet è ciò che forgia i suoi interessi di cineasta, così, quando va a Boston per studiare cinema, sa già cosa raccontare, gli manca solo la tecnica. Durante il college aiuta i fratelli Safdie a realizzare i loro corti, scrive articoli su una rivista di cinema indipendente e nel 2018 esordisce con un documentario, A Self-Induced Hallucination, che si nutre in modo esclusivo di immagini e contenuti dei nuovi media.

Il film, infatti, è un documentario di montaggio che si nutre quasi esclusivamente di immagini trovate sul web per raccontare di Slender Man, uno dei mostri creati proprio su internet, con i racconti online e i creepypasta, e che ha generato un'onda che poi si è drammaticamente riversata nel mondo reale. La fascinazione per quella cultura e per il modo di diffondere una mitologia viene scandagliata senza alcun giudizio, come farebbe un narratore di una generazione precedente, e questo si rispecchia anche nei suoi film successivi.

We're All Going to the World's Fair, nel 2021, riadatta in forma di fiction i temi dell'esordio documentaristico, raccontando di una ragazza che partecipa a una "challenge" virale e ne filma gli effetti, soprattutto il rapporto con un uomo che la segue virtualmente e ha partecipato anche lui alla sfida. Oltre all'atmosfera sospesa e inquieta, che si avvicina all'horror senza volerlo mai raggiungere, salta all'occhio una profonda pietas per i personaggi, un tratto quasi sentimentale nel raccontare il disagio e il bisogno di connessione, mostrando ogni sfaccettatura della cultura del web.

Durante le riprese del film, Schoenbrun mangia con la sua compagna dei funghetti allucinogeni e realizza compiutamente di essere una donna trans, si allontana dalla vita pubblica e vi torna nel 2022 facendo coming out come Jane. L'esperienza la porta a elaborare un film che possa dire qualcosa di ciò che ha vissuto, senza toni espliciti, ma con una sorta di codice emotivo decifrabile solo da chi è dentro quel mondo, un po' come le sorelle Wachowski.

Ho visto la tv brillare (2024) è stato scritto durante la terapia ormonale sostitutiva ed è il modo che la regista ha scelto per elaborare ciò che le stava accadendo, attraverso il racconto di un ragazzo che si appassiona alle vicende di una serie tv e della ragazza che lo fa interessare allo show, un racconto che sfuma sempre più nel fantastico e nel surreale e che usa questi elementi ancora una volta sospesi, nei toni al neon delle immagini, nella definizione dei racconti, per raccontare la crescita, l'evoluzione traumatica, ma non per forza fatale, e il cambiamento di una persona dentro le fasi della propria vita.

È anche il film che la fa scoprire al mondo cinefilo, perlomeno tra gli amanti del cinema indipendente e poco accomodante verso le convenzioni, anche grazie alla distribuzione A24 e ai festival, e che ne certifica stile e poetica: la stessa regista parla di trilogia dei media contando il successivo Camp Miasma (il più bello finora di una carriera in crescita) perché attraverso le opere e i mezzi audiovisivi, Schoenbrun mostra la crescita, la scoperta, i meandri dell'esistenza in cui passano i suoi personaggi. Prima il web, poi la televisione e infine il cinema: porte aperte sulla psiche e sui suoi magnifici orrori. Non è un caso che il prossimo film che la regista dovrebbe realizzare sia un nuovo reboot di Nightmare, perché è chiaramente una chiusura del cerchio, ma è anche il terreno su cui il suo interesse si è mosso fin dai primi tempi, fin dall'adolescenza: quel luogo irreale fatto di immagini che si incidono nella mente. Qualcuno lo chiama sogno, qualcuno lo chiama flusso audiovisivo.

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