Bad Seeds: Jane Schoenbrun, il mondo dietro uno schermo
Da A Self-Induced Hallucination a Camp Miasma, il ritratto di Jane Schoenbrun: come web, tv e cinema diventano nei suoi film una porta sulla psiche e sui suoi orrori
Il cinema è sempre stato la fabbrica dei sogni, anche quando si trattava di incubi. Al contrario, tutte le tecnologie e i mass media successivi, televisione e internet su tutti, hanno saputo produrre solo incubi: è più o meno questo che emerge dalle riflessioni mediatiche degli ultimi 50 anni e ciò che cova sullo sfondo dei film di Jane Schoenbrun, regista indie che negli ultimi mesi si è ritrovata al centro delle attenzioni cinefile grazie all'interesse suscitato da Camp Miasma - Adolescenza, sesso e morte.
Da adolescente passa parecchio tempo sui forum di discussione dedicati alle serie tv, soprattutto Buffy l'ammazzavampiri e X-Files, a creare fan fiction e persino a inventarsi finti spoiler che poi diffonde online come veri. Questo tempo nelle comunità su internet è ciò che forgia i suoi interessi di cineasta, così, quando va a Boston per studiare cinema, sa già cosa raccontare, gli manca solo la tecnica. Durante il college aiuta i fratelli Safdie a realizzare i loro corti, scrive articoli su una rivista di cinema indipendente e nel 2018 esordisce con un documentario, A Self-Induced Hallucination, che si nutre in modo esclusivo di immagini e contenuti dei nuovi media.
Il film, infatti, è un documentario di montaggio che si nutre quasi esclusivamente di immagini trovate sul web per raccontare di Slender Man, uno dei mostri creati proprio su internet, con i racconti online e i creepypasta, e che ha generato un'onda che poi si è drammaticamente riversata nel mondo reale. La fascinazione per quella cultura e per il modo di diffondere una mitologia viene scandagliata senza alcun giudizio, come farebbe un narratore di una generazione precedente, e questo si rispecchia anche nei suoi film successivi.
Durante le riprese del film, Schoenbrun mangia con la sua compagna dei funghetti allucinogeni e realizza compiutamente di essere una donna trans, si allontana dalla vita pubblica e vi torna nel 2022 facendo coming out come Jane. L'esperienza la porta a elaborare un film che possa dire qualcosa di ciò che ha vissuto, senza toni espliciti, ma con una sorta di codice emotivo decifrabile solo da chi è dentro quel mondo, un po' come le sorelle Wachowski.
Ho visto la tv brillare (2024) è stato scritto durante la terapia ormonale sostitutiva ed è il modo che la regista ha scelto per elaborare ciò che le stava accadendo, attraverso il racconto di un ragazzo che si appassiona alle vicende di una serie tv e della ragazza che lo fa interessare allo show, un racconto che sfuma sempre più nel fantastico e nel surreale e che usa questi elementi ancora una volta sospesi, nei toni al neon delle immagini, nella definizione dei racconti, per raccontare la crescita, l'evoluzione traumatica, ma non per forza fatale, e il cambiamento di una persona dentro le fasi della propria vita.