Cape Fear e l'arte di arrivare subito al punto
I primi minuti di Cape Fear sono un capolavoro di sintesi e tensione che ci fanno sentire come se fossimo saliti su un tapis roulant in corsa
Una sceneggiatura passata sotto la mano di Steven Spielberg, che l’ha però rifiutata considerandola troppo violenta per le sue corde. Arrivò così a Martin Scorsese che non la gradiva: tutti erano troppo perfetti e lui non voleva fare un film patinato e accomodante, rigidamente diviso tra buoni e cattivi. Era pronto a passare il turno, ma la Universal gli fece però pressioni per onorare gli obblighi contrattuali di un secondo film dopo L'ultima tentazione di Cristo. Accettò, riscrivendo però gran parte delle psicologie e delle backstory. Ne uscì un film alla Hitchcock del periodo statunitense, per quanto riguarda la grammatica delle immagini, per lo meno.
Come film di tensione Cape Fear funziona alla grande, grazie soprattutto alla cura nella scrittura nella sua prima parte. Se infatti nel finale si allunga in un inverosimile show-down, reso oggi inguardabile grazie alla geniale parodia dei Simpson nell’episodio 2 della stagione 5, i primi minuti vanno studiati da chiunque ami il cinema. Scorsese lavora per portarci subito al dunque. I personaggi ci verranno raccontati durante l’azione, non prima, ma nel mentre. Non è un inizio in medias res, siamo in uno stato di quiete, ma questa viene smossa così velocemente che ci sentiamo come se fossimo appena saliti su un tapis roulant già in movimento.
Cape Fear è come il capitolo due di una storia che non abbiamo visto, tratta il villain come se già conoscessimo quello di cui è capace, lo inquadra con un occhio timoroso. Per questo i suoi primi dieci minuti sono un capolavoro di sintesi e di ansia.
I titoli di testa terminano con due occhi in negativo con un viraggio rosso del colore. Capiremo solo alla fine cosa simboleggiano. E saranno proprio loro a dare un risvolto amaro alla conclusione.
È il momento di introdurre Cady. Non servono molte parole. Vediamo un muro addobbato con immagini di santi e condottieri. Carrello indietro. Scopriamo libri accumulati vicino a dei ritagli di fumetti. Nietzsche, la Bibbia, gli Inumani. “Dimmi cosa leggi e ti dirò chi sei”, e da quello che vediamo l’uomo è una persona che ha imparato a leggere tutto insieme, un bambino con la mente di filosofo. Ha attraversato diversi testi, anche molto differenti tra di loro, in un tempo rapidissimo.
La cinepresa continua ad arretrare e arriva un ostacolo visivo: la schiena del detenuto che si sta allenando. Un enorme tatuaggio si sovrappone alla più conciliante pila di libri: una croce con appesi due piatti della bilancia: verità e giustizia. Il suo corpo, come si dirà più avanti, è come un libro della sua personalità e dei suoi propositi. Non serve esplicitarli, li capiamo non appena la cinepresa termina il suo viaggio a ritroso rivelando le sbarre della prigione.
“Li lasci qui i libri?” “Li ho già letti”.

Dietro di lui è seduto l’avvocato Bowden con la moglie e la figlia. Sarà l’inizio di una serie infinita di (anche abbastanza improbabili) incontri. Siamo in una città piccola, come diranno più avanti, per questo è difficile sfuggirsi. La famiglia, infastidita dalle risate e dal fumo si allontana cambiando posto. Altro stacco velocissimo, il film è finito e i tre si rilassano prendendo un gelato. Commentano la scena vissuta in sala, condannando l’atteggiamento poco rispettoso dello spettatore che, per loro, è ancora uno qualsiasi. La figlia provoca il papà dicendogli che avrebbe dovuto usare la forza per farlo tacere. Quanto sembra improbabile la cosa, vedendo gustare il dolce in mezzo alla folla. In questo piccolo scambio c’è tutto l’arco del personaggio di Sam: prima timido e impacciato, poi così disperato da diventare capace di commissionare un pestaggio punitivo.
Non ci sono santi nel mondo di Scorsese, e il bilanciamento tra verità e giustizia, tra le leggi personali e quelle imposte, si riconfigura continuamente. Per tutta la prima metà infatti Max Cady agisce nel rispetto della legge. La pressione che riesce a mettere, pur restando dentro i confini del lecito, fa uscire la sua vittima allo scoperto e la trascina in una spirale di crimini per autodifesa.
Allo stesso modo, lo stacco dal cinema alla gelateria racconta proprio questa falsità: di una famiglia convinta di sapersi difendere da sola, ma in realtà in balia degli eventi orchestrati dal persecutore. È lui che offre il gelato a tutti, ma quando la commessa lo indica è già lontano sulla sua macchina. Sempre un passo in avanti, anticipa ogni mossa, e fa camminare gli altri sul sentiero da lui tracciato.
Siamo attorno agli 8 minuti, compresa la lunga sequenza dei titoli di testa. Cape Fear ha già fatto quello che la maggior parte dei film non riesce a fare nella prima mezz’ora. Arriva subito al punto, entra già nel meccanismo di tensione e suspense. Inizia così il lungo inseguimento di un villain che già conosciamo bene, grazie alla sua pelle, alla parete che l’ha richiuso e ai suoi gesti. Non servono parole per avere i nervi a pezzi.