Come si recita nei film di Xavier Dolan
Si procede sempre in retromarcia e per comunicare qualcosa si deve passare per l’opposto, così nasce una buona fetta dello stile di Xavier Dolan
Nei film di Xavier Dolan i sentimenti messi sul tavolo sono vissuti e raccontati con la forza, la decisione e la spietata logica illogica adolescenziale, anche quando sono gli adulti a provarli. Il suo è il mondo vissuto con uno sguardo eternamente adolescente, innamorato di quel modo di fagocitare, subire e assorbire eventi. Fare un cinema così preciso, audace e sofisticato, lavorando su un’emotività forte e sragionata è complicatissimo e la visione di mondo a livello teenager è una sua caratteristica esclusiva.
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I giochi di immagini (capelli-coltivazioni)[/caption]
J’ai tué ma mère nella sua forza ruvida funzionava per il rapporto incredibile che il protagonista (Dolan stesso) riesce a stringere con la madre, quella componente all’epoca inedita ma poi da lui canonizzata di amore fortissimo che può esistere solo in compresenza di un odio altrettanto forte. Il lavoro con gli attori fin da quel film supera le consuetudini e mira a creare “tipi” nuovi. È un lavoro che comincia davvero nel reparto costumi (dovrebbe sempre essere così ma di fatto non lo è quasi mai) che funziona sempre mettendo in relazione l’atteggiamento dei singoli e la posizione che occupano nello spazio, l’atteggiamento che hanno davanti agli altri e (di nuovo) gli abiti o il trucco con il quale si presentano.
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Dare un nome a quest'espressione[/caption]
Se i personaggi centrali di Dolan sono sempre molto caratterizzati nel trucco e parrucco (si pensi agli abiti di Matthias e Maxine, alla madre di Mommy o ai capelli del protagonista di Tom à la ferme), il personaggio terzo non lo è mai, è inusualmente dimesso in come appare, non attira l’attenzione e sta da una parte. Questo contrasto tra un’apparenza dimessa e la necessità di esprimere una sintesi di tutto quello che la storia sta mettendo sul piatto, lo rende il personaggio più complicato da recitare, ci deve sorprendere con la sua improvvisa centralità emotiva ma deve anche avere una sommessa capacità di aver subito in silenzio gli scontri cui ha assistito. È remissivo ma umanissimo e solo se recitato bene è efficace.
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Il simbolo della recitazione nei film di Dolan: arrivare ad un punto passando dal suo opposto[/caption]
Sono premurose le madri ma anche terribilmente egoiste, sono sempre presenti gli amici ma mai davvero solidi, sono caldi gli amanti ma non prima di un periodo di totale indifferenza. Addirittura in Tom à la Ferme la storia è proprio quella di una forma di attrazione che passa per la violenza e il disprezzo, un’accettazione che però è raccontata recitando il rifiuto. Mommy si fonda sul voler stare insieme di due persone che fanno di tutto per farsi separare, il cercare di rimanere uniti minacciandosi di continuo, creandosi problemi, e l’immagine cruciale del film (il bacio dato con la mano davanti alla bocca) è incredibile per questo. Andare avanti procedendo a marcia indietro.

Non sempre questo tipo di recitazione richiede grandi doti o un impegno superiore alla media (lo si può vedere tra poco in sala in La Mia Vita con John F. Donovan, al cinema dal 27 giugno, in cui anche Kit Harington procede così, come un gambero), dipende da caso a caso. Ogni volta però l’impressione è che mentre il film lavora moltissimo sull’impianto visivo per accreditarsi nel reame del cinema più sofisticato, per stupire (a volte anche in maniera ruffiana) con i giochi di formati e per avere un look moderno, modaiolo se è il caso (avviene in Matthias e Maxime), è nella scrittura e nella sua recitazione che ogni volta si decide la partita di un film di Xavier Dolan.