Dieci anni dopo The Newsroom è diventata la nostra vita
Quasi dieci anni fa The Newsroom faceva affrontare ad una redazione di giornalisti i problemi che oggi sono di ogni utente
Non è vero che le sfide e i problemi dell’informazione contemporanea hanno preso tutti in contropiede. The Newsroom, nel 2012, 2013 e 2014, li aveva anticipati tutti.
Tutto parte dalla domanda cruciale dell’America moderna, quella che mette in moto la serie: “Quali sono le caratteristiche che fanno grande l’America nel mondo?”. Lo chiede una studentessa a Will McAvoy, anchorman stanco e pigro interpretato alla grande da Jeff Daniels, a una conferenza pubblica. Gli altri due invitati rispondono con un po' di retorica, perché l’assunto è quasi scontato. Certo che l’America è il più grande paese del mondo, possiamo solo interrogarci su quali siano le ragioni principali che lo rendono tale. Will McAvoy, spinto a essere serio, in quel momento ha un’epifania, un attimo di chiarezza e prende spunto da lì per cambiare e diventare un altro. Migliore. La risposta che dà è che l’America non è il più grande paese del mondo (sconcerto in sala). E spiega il perché.
A partire da “Non siamo grandi come crediamo”, Will McAvoy decide di raddrizzare la propria schiena e fare il suo mestiere davvero, usare la sua popolarità per fare il giornalista e farlo bene. Questa è la trama della serie: un giornalista famoso che vuole fare bene il proprio lavoro. McAvoy raddrizza la sua redazione e affronta ogni edizione del suo notiziario chiedendosi quale sia la cosa più giusta da fare. Tutto The Newsroom è il racconto di una redazione come il luogo in cui lavorano le persone più sveglie, il posto da cui può avvenire una rivoluzione. Non è diverso da Mad Men, che racconta uno studio di pubblicitari negli anni in cui quello era il lavoro di chi voleva cambiare tutto, o Halt and Catch Fire che racconta chi lavorava nell’informatica quando quello era il settore dei visionari, o ancora Pan-Am, I’m Dying Up Here e tutte quelle serie che usano uno specifico tempo e uno specifico settore lavorativo per mettere in scena il cambiamento, individuando in esso un aggregatore di persone diverse dalle altre.

Non ci vuole molto prima che la serie tocchi il tasto che poi è stato più cruciale negli anni a venire: le fake news. Con un anticipo non da poco sull’apoteosi del fenomeno, cioè la presidenza Trump (iniziata nel 2016), Sorkin inizia a parlare della presenza sempre più ingombrante di piste che sviano i suoi personaggi e della tendenza delle persone, spesso anche gli intervistati da Will McAvoy, di costruirsi la propria realtà senza troppo riguardo per i veri fatti. La lotta contro il cattivo giornalismo condotta dai protagonisti è anche una lotta contro le abitudini di intervistati, fonti e altri giornalisti a marciare sul cattivo giornalismo.
Ogni problema, questione etica e interrogativo che si pone Will McAvoy ha un riscontro nella vita di chi frequenta la parte abitata della rete, cioè i social network.

La scrittura è chiaramente sopraffina, essendo di Sorkin, le diverse psicologie dei personaggi della redazione si complementano e, se non compongono un quadro rappresentativo dei vari comportamenti degli utenti dei social network (sono tutti idealisti e pieni di buona volontà), di certo compongono un mosaico delle maniere in cui chiunque può interpretare le informazioni che circolano.
The Newsroom è interamente disponibile su NOW.