Emerald Fennell e il nuovo linguaggio delle registe al cinema
Nel secondo appuntamento della rubrica L’ha diretto una femmina vediamo come Emerald Fennell utilizzi un’estetica pop e glamour per sedurre e disturbare: tra desiderio femminile, potere e vendetta, il suo Cime Tempestose rivendica lo sguardo audace di una nuova generazione di registe.
Lo dicevamo nel primo numero di questa rubrica: le registe fanno ancora fatica a farsi spazio nel mare delle produzioni cinematografiche, ma quelle che riescono a emergere segnano una via. È il caso di Emerald Fennell, una delle autrici più interessanti del cinema e della tv di oggi; sceneggiatrice, regista, attrice, showrunner, sa muoversi con sicurezza in quella linea di confine tra il mainstream e l’autorialità.
Nel cinema di Emerald Fennell l’estetica diventa dispositivo narrativo per sedurre lo spettatore e costringerlo a confrontarsi con la parte più oscura e scabrosa di sé e del mondo. Un cortocircuito tra seducente e perturbante, capace di raccontare alla perfezione fantasie collettive, che molto spesso hanno a che fare col corpo delle donne.
Per nostra fortuna Emerald Fennell non è l’unica autrice a portare avanti operazioni come queste. Sono state capaci di raccontare il femminile, riflettere sul genere, sul potere e la rappresentazione e al contempo coniugare visione e industria, anche Greta Gerwig (Piccole Donne, Barbie), Julia Ducournau (seconda donna a vincere la Palma d’Oro a Cannes, con Titane), Rose Glass (Saint Maud, Love Lies Bleeding) e Coralie Fargeat (Revenge, The Substance).
Veniamo a Cime Tempestose. Emerald Fennell prende il coraggio a due mani e porta in sala un adattamento tra virgolette, che urla al mondo: una nuova generazione di registe è arrivata ed è pronta a reinterpretare senza paura i grandi classici. Perché ogni opera d’arte è cosa viva, esperienza che arricchisce chi la fruisce, che apre a diverse verità. In una brughiera nebbiosissima, che è più un luogo della mente che dello spazio, in cui le scenografie si ergono quasi posticce, e l’unico colore che risalta è il rosso del sangue, Catherine cresce con Heathcliff. Entrambi selvaggi, entrambi infelici non possono far altro che desiderarsi, stare insieme è impossibile.
L’emancipazione della ragazza passa infatti per un matrimonio di convenienza, che però non soddisfa le sue curiosità. Modificando parti fondamentali del romanzo di Emily Brontë e tirandone via una buona metà Fennell mette in scena quello che ancora oggi può dirci quella storia: che il desiderio femminile c’è e va riconosciuto (ci sono dita che si infilano nella gelatina, che accarezzano albumi, che procurano piacere), che l’amore nulla ha a che fare col possesso, e che la vendetta finisce per distruggere vendicato e vendicatore.