Emerald Fennell e il nuovo linguaggio delle registe al cinema

Nel secondo appuntamento della rubrica L’ha diretto una femmina vediamo come Emerald Fennell utilizzi un’estetica pop e glamour per sedurre e disturbare: tra desiderio femminile, potere e vendetta, il suo Cime Tempestose rivendica lo sguardo audace di una nuova generazione di registe.

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Lo dicevamo nel primo numero di questa rubrica: le registe fanno ancora fatica a farsi spazio nel mare delle produzioni cinematografiche, ma quelle che riescono a emergere segnano una via. È il caso di Emerald Fennell, una delle autrici più interessanti del cinema e della tv di oggi; sceneggiatrice, regista, attrice, showrunner, sa muoversi con sicurezza in quella linea di confine tra il mainstream e l’autorialità.

Diventata nota al grande pubblico per essere stata Camilla Parker Bowles nella serie Netflix The Crown, Fennell ha raggiunto la consacrazione con Una donna promettente (per me vero colpo di fulmine) che le è valso l’Oscar per la miglior sceneggiatura originale, e ha fatto parlare di sé col successivo Saltburn in cui ha confermato la sua cifra autoriale. Il suo è un cinema pop, fatto di colori saturi, colonne sonore con hit commerciali, e una confezione glamour che serve a imbellettare tematiche dure e disturbanti.

Nel cinema di Emerald Fennell l’estetica diventa dispositivo narrativo per sedurre lo spettatore e costringerlo a confrontarsi con la parte più oscura e scabrosa di sé e del mondo. Un cortocircuito tra seducente e perturbante, capace di raccontare alla perfezione fantasie collettive, che molto spesso hanno a che fare col corpo delle donne.

Per nostra fortuna Emerald Fennell non è l’unica autrice a portare avanti operazioni come queste. Sono state capaci di raccontare il femminile, riflettere sul genere, sul potere e la rappresentazione e al contempo coniugare visione e industria, anche Greta Gerwig (Piccole Donne, Barbie), Julia Ducournau (seconda donna a vincere la Palma d’Oro a Cannes, con Titane), Rose Glass (Saint Maud, Love Lies Bleeding) e Coralie Fargeat (Revenge, The Substance). 

E allora avanti così, sorelle.

Veniamo a Cime Tempestose. Emerald Fennell prende il coraggio a due mani e porta in sala un adattamento tra virgolette, che urla al mondo: una nuova generazione di registe è arrivata ed è pronta a reinterpretare senza paura i grandi classici. Perché ogni opera d’arte è cosa viva, esperienza che arricchisce chi la fruisce, che apre a diverse verità. In una brughiera nebbiosissima, che è più un luogo della mente che dello spazio, in cui le scenografie si ergono quasi posticce, e l’unico colore che risalta è il rosso del sangue, Catherine cresce con Heathcliff. Entrambi selvaggi, entrambi infelici non possono far altro che desiderarsi, stare insieme è impossibile. 

L’emancipazione della ragazza passa infatti per un matrimonio di convenienza, che però non soddisfa le sue curiosità. Modificando parti fondamentali del romanzo di Emily Brontë e tirandone via una buona metà Fennell mette in scena quello che ancora oggi può dirci quella storia: che il desiderio femminile c’è e va riconosciuto (ci sono dita che si infilano nella gelatina, che accarezzano albumi, che procurano piacere), che l’amore nulla ha a che fare col possesso, e che la vendetta finisce per distruggere vendicato e vendicatore. 

Eccezionali l’inizio e la fine, il mezzo un po’ pasticciato e il sesso, che Brontë non poteva azzardarsi a esplicitare, non è così sconvolgente come ci saremmo aspettati. Va premiata l’audacia, la voglia.

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