Il femminile al cinema: perché Hamnet conta più di quanto sembri
Perché il cinema ha ancora paura delle registe? Dallo sguardo maschile a Hamnet, il film che prova a cambiare prospettiva
Quando ero una studentessa liceale, il sabato era la mia giornata pizza e film. Abitavo in una piccola cittadina con pochi cinema, i film in lingua originale erano solo un miraggio (e purtroppo lo rimangono anche ora), ma io e la mia socia di avventure non ci perdevamo un sabato in sala, qualunque film ci fosse.
A che punto siamo?
Siamo ancora lontane da una rappresentazione del femminile coerente e veritiera ovunque, ma sempre più spesso emergono autrici (e qualche autore) che prendono le distanze dal male gaze, cioè dallo sguardo maschile. Per decenni il prodotto filmico è stato realizzato dagli uomini per gli uomini. E anche nei centri sperimentali, nelle scuole di formazione, le donne venivano dirottate verso percorsi da attrici: poche osavano studiare sceneggiatura, quasi nessuna regia. Vi siete mai chieste perché siano parecchie le registe di documentari che vincono premi (anche Oscar) e pochissime le registe di film di finzione che vengono anche solo proposte per dei riconoscimenti?
Perché sono pochissime le registe a cui viene concessa fiducia, possibilità e soprattutto il denaro necessario per realizzare film di finzione. I documentari costano meno, richiedono meno “rischio”, spesso sono autoprodotti: è per questo che le donne riescono a girarli. Poi vincono premi, perché sono brave. Avete dubbi sul fatto che sarebbero brave anche a dirigere grandi film di finzione? Io no. Eppure, dopo un paio d’anni che ci avevano fatto ben sperare, le cose a Hollywood per le donne non vanno affatto bene. Nel 2025 la presenza di registe tra i 100 film che negli USA hanno incassato di più si è attestata all’8,1%, cioè 8 su 100. Nel 2024 era andata un pochino meglio, con 15 donne (festa grossa!) nella Top 100.
La prima è stata Kathryn Bigelow con The Hurt Locker nel 2010, e per giustificare la statuetta si è persino detto che “gira come un uomo” (non apro parentesi sull’idiozia dell’affermazione: magari più avanti parleremo nel dettaglio della Bigelow del mio cuore). Poi sono arrivate Chloé Zhao per Nomadland nel 2021 e Jane Campion per Il potere del cane nel 2022. In totale, a essere candidate sono state 10, se includiamo le nomination di quest’anno, dove spicca Chloé Zhao, unica regista donna su cinque candidati.
E allora a Chloé Zhao e al suo bellissimo Hamnet dedichiamo il primo numero di questa rubrica.
HAMNET – Nel nome del figlio di Chloë Zhao
L’origin story dell’Amleto: chi se lo aspettava? A partire dal libro di Maggie O’Farrell, Chloé Zhao (che con O’Farrell è anche co-sceneggiatrice) racconta come l’opera più famosa e celebrata di William Shakespeare sia nata dal dolore provato per la perdita del piccolo Hamnet, il figlio del Bardo, morto di peste bubbonica a soli undici anni.
Agnes è una “donna della foresta”: le danno della strega e lei non rifugge quel nomignolo, anzi, lo abbraccia, trascorrendo le giornate nei boschi in compagnia di un falco. Quando Will la vede, se ne innamora immediatamente e da quell’amore assoluto nasce, in poco tempo, Susanna — proprio tra le stesse fronde su cui si apre il film, accanto a quel buco. Ma l’amore non basta a Will, che insegue la propria realizzazione a Londra, lontano dalla famiglia. Durante la sua assenza, Agnes partorisce in casa due gemelli: a causa di un’inondazione non può raggiungere i boschi e quello che lei interpreta come un cattivo presagio finisce per avverarsi undici anni dopo, con la morte dell’unico figlio maschio, Hamnet.
Lo sguardo e il dolore di una madre
Qui il film cambia e sboccia. Jesse Buckley — che sta facendo man bassa di premi ed è in pole position anche per gli Oscar — mette in scena il dolore più indicibile: quello di una madre che perde suo figlio. E lo fa in modo così credibile da rendere la visione straziante. Tra rabbia, dolore e rancore, Agnes dovrà ricostruire la propria vita e trovare la forza di perdonare un marito assente durante la tragedia. Dal canto suo, William rielaborerà quel lutto immaginandosi fantasma, in dialogo con il figlio cresciuto. Essere o non essere? Vivere o morire. Vivere e morire è l’unica risposta possibile, quella che l’opera e il film abbracciano.
D’altronde era stato proprio il naturalismo — la traduzione di un certo cinema panico nei grandi spazi della provincia americana — a convincere in Nomadland, e la domanda che la regista continua a indagare è sempre la stessa. Non c’è una risposta definitiva, ma la consapevolezza che siamo tutti nomadi alla ricerca di un senso: viaggiatori con una meta comune, in balia degli eventi, del dolore, della paura, ma anche dell’amore