Gigi Proietti, l'ultimo grande regalo al cinema italiano: un Babbo Natale in cui vale sempre la pena credere

Gigi Proietti, nell'ultimo ruolo cinematografico della propria carriera, ha interpretato Babbo Natale. Quasi come se volesse fare un grande regalo, prima dell'inchino finale, al pubblico. Il contributo del mattatore italiano alla settima arte.

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L'ultimo film di Gigi Proietti è un'opera postuma dal titolo "Io sono Babbo Natale". Chi crede nel fato potrà sempre dire che si è trattato di un segno del destino: un attore come lui, che ha dimostrato quanto sia possibile fare qualunque cosa in scena (purché fatta bene), resta accanto al pubblico anche dopo una dipartita in grado di lasciare un vuoto enorme. Luigi Proietti, detto Gigi, ha dimostrato – ancora una volta – che per credere nel teatro e nel cinema (più ampiamente nella recitazione) bisogna avere un pizzico di magia.

Si tratta di retorica, il più delle volte, ma il suo caso è un'eccezione che conferma la regola perchè – dentro e fuori la scena – le magie le ha fatte sul serio. Riuscendo in piccoli grandi miracoli che, oggi, sembrano possibili. Quando, però, ha portato alla ribalta determinati concetti e in particolar modo determinate possibilità, Proietti veniva visto come un visionario. L'interprete romano, infatti, è stato (e resta) uno dei pochi in grado di passare dalla radio alla televisione per poi tornare al teatro e "soffermarsi" al cinema.

Oltre la diffidenza

Questa mutevolezza ce l'hanno anche molti altri suoi colleghi, nessuno di questi però è immune alla diffidenza generale di un ambiente che tende sempre – talvolta troppo – a guardare i professionisti dall'alto in basso: chi arriva dal teatro e approda al cinema viene quasi sempre guardato con diffidenza, come se fosse qualcuno ricco di tracotanza e prosopopea.

Gigi Proietti, "A me gli occhi, please" (1976)

Lo stesso atteggiamento, tra cinismo e scarsa fiducia, avviene anche al contrario: quando qualcuno dal cinema passa a fare teatro. I colleghi lo guardano come se fosse uno strano animale che passa il tempo ad invadere confini che non sono i suoi. Proietti, invece, e questa forse è la sua più grande eredità artistica, ha allargato la performance scenica a qualsiasi livello senza risultare fuori luogo. L'unico in grado di potersi permettere uno stadio per portare alla ribalta uno spettacolo teatrale: "A me gli occhi please 2000".

One Man Show contemporaneo

Un remake, diremmo oggi, di quello che è stato un suo cavallo di battaglia. Uno spettacolo, portato avanti da solo, partendo inizialmente dal Teatro Tenda di Roma. Anche dal punto di vista della regia, che condivideva con Roberto Lerici, ha messo insieme ogni cosa. Pezzi di prosa che si alternavano a poesie e parodie. Proietti è stato (e resta) il primo One Man Show contemporaneo. Non a caso, personalità come Fiorello si ispirano alla sua lezione. Quella di non fermarsi davanti alle etichette e ai margini imposti dai paradigmi accademici. Un attore deve saper far tutto: recitare, cantare, improvvisare, intrattenere. In qualunque contesto abbia la possibilità di esprimersi mantenendo una cifra stilistica rilevante. Conta soltanto stupire, emozionare, sorprendere.

Gigi Proietti, "Un'estate al mare" (2008)

Proietti, infatti, quando aveva la scuola (e lo dicono i suoi ex allievi), era molto severo sui fondamentali (dizione, pulizia dei dialoghi, presenza scenica e capacità di alternarsi con strumenti e accessori) per poi stravolgerli una volta appresi. Le basi, secondo il Proietti pensiero, devono servire per poi spiccare il volo in maniera autonoma. Essere pronti a mescolare ogni cosa in un "dipinto artistico" eccellente.

Ecco perché Proietti piaceva (e piace) a tutti: non è solo eccellente in quello che fa. Possono riuscirci tutti, studiando parecchio e applicandosi. La sensibilità però che aveva l'interprete romano risiedeva nella capacità di rendere fruibile a tutti qualunque cosa. Non si precludeva le occasioni, non chiudeva la porta alle platee. Sia che si trattasse di film cinematografici che di atti teatrali, fiananco le barzellette diventavano veicolo di cultura.

Teatro e cinema

Cultura, intesa come approfondimento e bagaglio di conoscenza da tramandare. Il fine, secondo Proietti, giustifica il mezzo sempre. Non a caso, "A me gli occhi please 2000" si tenne in uno stadio. L'alto e il basso che si mescolano. Questo vuol dire rendere un servizio a chiunque, senza escludere (davvero) nessuno. Non esistono contenuti, storie e rappresentazioni troppo elitarie. Occorre trovare il modo e la maniera per farsi capire da chiunque.

Non ci sono pubblici diversi: il pubblico è un intero, uno. Insieme mittente e destinatario. Chiede, ottiene, riceve solo se c'è qualcuno disposto ad ascoltarlo e capirlo. Proietti ci è sempre riuscito, motivo per cui a teatro e al cinema si poteva passare da Edmund Kean a un Whisky maschio senza rischio. Settima arte e teatralità fusi insieme nell'esempio più autentico e toccante. La Signora delle Camelie, prendendo uno degli esempi più recenti, diventa una scena tra le più iconiche sul grande schermo. Vanzina ringrazia ancora perchè, con il compianto fratello, è riuscito a portare Gigi Proietti dove con Scola era di casa. Protagonista al cinema come era successo con Sergio Citti e Steno.

L'ultimo Babbo Natale

Proietti, a 5 anni dalla morte, somiglia sempre più all'ultimo ruolo che ha interpretato: un Babbo Natale in cui vale sempre la pena credere perché sapeva (e sa) mettere in comunicazione il fruttivendolo con l'accademico; il benzinaio con il diplomatico; l'avvocato con il farmacista; mondi apparentemente diversi, con vissuti e obiettivi opposti, che si ritrovavano ad applaudire e comprendere lo stesso artista. Alla medesima maniera, senza barriere.

Questo, in fin dei conti, fa Babbo Natale. Veglia su chiunque cercando di accontentare, come può, i desideri di tutti. Proietti l'ha fatto, anche al cinema, dimostrando che sognare non è poi così sbagliato. Per questo, proprio come accade con Babbo Natale, tutti aspettano che torni perchè a volte premere il tasto del rewind non basta più.

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