Hamnet, perché la musica di Max Richter è il cuore emotivo del film
Un viaggio poetico tra amore, lutto e natura, dove l’arte diventa memoria eterna: Hamnet – Nel nome del figlio unisce cinema e musica di Max Richter per riflettere su vita, perdita e immortalità.
L’arte riesce effettivamente a rendere tutto ciò che ci circonda immortale al pari della nostra stessa esistenza? Il potere di rivivere costantemente attraverso le pagine di un’opera, o nella composizione di un tema immortale, sono dilemmi a cui solamente l’arte può rispondere e a cui tutti noi ci rifugiamo nei momenti più complessi, negli attimi di buio più totale. Un’ancora di salvezza in mezzo al nulla.
Per questo riflettere su Hamnet – Nel nome del figlio di Chloé Zaho è senz’altro un processo complesso, non solo per il modo in cui tutto viene raccontato; etereo, simbolico, ancestrale, ma soprattutto per come cerchi con tutte le sue forze, riuscendovi, a raccontare un’opera il cui senso stesso avviene attraverso la perdita, l’ineluttabile destino a cui la natura ci sottopone: “Essere o non essere”.Tratto dall’omonimo romanzo di Maggie O'Farrell, l’opera sembra apparentemente concentrarsi sulla genesi del rapporto amoroso tra Agnes e William Shakespeare che porterà alla nascita dei loro tre figli, tra cui Hamnet, la cui perdita darà il via alla genesi di una delle più grandi opere del Bardo, Amleto. In realtà il tutto avviene in una modalità molto più complessa e soprattutto poetica.
La loro unione nasce al cospetto della natura, nei meandri della foresta di Stratford-upon-Avon, nei riti mistici e pagani di cui Agnes si sente debitrice. Ma nella bellezza della stessa natura, si nasconde anche un vortice nero che ne attrae la loro stessa vitalità. Che conseguenze avrà tutto ciò? In che modo condizionerà per sempre la loro esistenza? Come analizza perfettamente il compositore Max Richter, chiamato a riportare in scena musicalmente ciò che la purezza dell’arte può arrivare effettivamente a significare: “Hamnet – Nel nome del figlio non è solo una storia improntata sul lutto ma è la vita stessa di una famiglia al cospetto dell’amore, perdita e morte. Ma è anche una riflessione sul nostro rapporto con il mondo, più in generale, con la natura e con tutte quelle domande esistenziali che ci poniamo durante tutto l’arco della nostra vita, per questo volevo creare un musica che potesse contenere tutte quelle cose. Semplicemente l’intero universo”.
L’universo di Hamnet è senz’altro costellato da molteplici elementi che lo rendono una delle opere più prestigiose degli ultimi anni, ma forse più di tutte è proprio la musica a mostrarne le molteplici sfaccettature sacre, poetiche e pagane. Il misticismo naturalistico, le inflessioni compositive di epoca elisabettiana, i continui rimandi compositivi/narrativi alle opere di Shakespeare, fanno del lavoro di Richter un messaggio costante ed evocativo su come l’arte possa risanare ogni vita e di come il mondo continui ad andare avanti a dispetto di tutto ciò. La gestazione compositiva, a detta dello stesso compositore, è stata fortemente complessa. Iniziata dalla lettura della sceneggiatura, redatta dalla stessa regista e Maggie O'Farrell, ha portato conseguentemente Richter ad immaginare contestualmente come tutto ciò potesse risuonare. Una delle sue peculiarità compositive risiede proprio nel saper conferire alla musica un imprinting emotivo capace di scardinare qualsiasi sovrastruttura, e mai opera poteva essere più adatta.Immaginando come questo amore potesse crescere ineluttabilmente e come tale avrebbe poi portato alla stesura di un’opera così complessa come Amleto, Richter ha composto inizialmente circa 30 minuti di musica che Zhao successivamente ha riproposto direttamente sul set, aiutando gli attori a entrare in sintonia con l'atmosfera della colonna sonora ancor prima che fosse formalmente composta e così strutturata durante la fase di montaggio. L’obiettivo, dice Richter, era quello di creare una composizione che fin dal princpio “sembrasse trasparente rispetto al materiale. È difficile da spiegare, davvero, ma volevo poter vedere gli attori in ogni momento, sentire e vedere la storia. L’intero progetto, penso, mira ad avvicinarci il più possibile alle emozioni”.
La naturalezza con cui tutto ciò avviene, nell’etera forma che solo la musica può rappresentare, fa si che ogni aspetto orchestrale o elettronico si tramuti nell’essenza dei suoi protagonisti. La lira che accompagna William nel racconto di Orfeo ed Euridice, attenendosi sia al cospetto del suo narratore che al musico Orfeo, l’utilizzo costante di voci eteree che secondo l’autore rappresentato il fluido amniotico che sostiene tutto il mondo di Agnes, conferiscono al lavoro di Richter una sacralità quasi mistica.
È indubbio che la bellezza della sua sinfonia, impossibile da considerarsi scissa dagli altri temi, riesca a scavare nelle profondità dell’animo umano, così come nella sua stessa esistenza. L’obiettivo di Richter non è mai quello di ricostruire filologicamente la musica elisabettiana, ma piuttosto di intercettarne il DNA sonoro: texture, sensibilità e stratificazioni timbriche che vengono evocate attraverso l’uso di strumenti d’epoca come viole, liuti e arpe. Questi suoni storici vengono però rielaborati elettronicamente, trasformati in paesaggi astratti e impressionistici che alludono a dimensioni invisibili, al lutto, al mistero e a ciò che nel racconto rimane sospeso tra il naturale e il metafisico. È un processo che fonde antico e contemporaneo, mantenendo un legame con la materia acustica originale ma spingendola oltre i suoi confini tradizionali.
Le voci, prevalentemente femminili, alludono allo stato emotivo della sua protagonista, presenze simboliche legate alla maternità, alla perdita e alla dimensione rituale della storia. Il coro agisce come una sorta di sottotesto emotivo, in cui il suo stesso aspetto cerimoniale attinge direttamente dalla sua funzione teatrale, confidando al pubblico tutto ciò che inesorabilmente avverrà.
La naturalezza con cui ogni aspetto sonoro viene trattato e manipolato conseguentemente non potrebbe essere tale senza l’apporto del Sound Designer Premio Oscar, Johnnie Burn. Il suono, quanto la musica composta, riesce a ricreare costantemente un substrato emotivo capace di entrare in connessione con gli elementi della narrazione stessa. Dalla ricerca sonora legata agli ambiente in cui la storia si compie, fino alla sua composizione quasi pittorica, portatrice di tormenti e luci differenti, si viene creare uno spartito parallelo che segue di pari passo il lavoro di Richter.
La complessità musicale di Hamnet – Nel nome del figlio, quanto l’opera stessa di cui si fa rappresentazione, deriva anche da quanto al suo interno ci sia uno dei maggiori dilemmi che da sempre attraversa l’originalità di una colonna sonora. Tra esclusioni eccellenti, vedi la colonna sonora de Il Petroliere di Jonny Greenwood rea di avere al suo interno un tema già composto in precedenza, si è sempre dibattuto su cosa sia effettivamente un tema originale. Ma chi determina tutto ciò? Da cosa dovremmo trarne l’effettivo risultato?
E qui torniamo ad oggi. In Hamnet – Nel nome del figlio è presente uno dei temi più belli e conosciuti di Richter, On The Nature Of Daylight, la cui genesi sembrerebbe poco appartenere alla narrazione di Chloé Zaho. Come indicato dallo stesso compositore: “Avevo composto la musica originale per il finale strutturandola come un insieme della musica corale suonata in precedenza. "Nella sceneggiatura si dice: 'Amleto muore. Il resto è silenzio'. Questa è la fine", spiega Richter. "Quindi tutta l'ultima sequenza in cui tutti si tendono la mano non era nella sceneggiatura. Era verso la fine delle riprese, mancavano tre o quattro giorni al Globe, e Chloé stava parlando con Jessie (Buckley), che le ha inviato "On the Nature of Daylight", che è un pezzo che Chloé non conosceva. Il regista l'ha riprodotta sul set, in loop, più e più volte, durante i tre giorni in cui hanno girato la sequenza finale del film, costruendola come base per la portata di Agnes attraverso il tempo e il velo della morte. Quando Richter si è rivolto a Zhao con il pezzo che aveva composto per il finale, lei aveva già scelto di utilizzare On the Nature of Daylight. Come dice Richter il ruolo della canzone nel film non è semplicemente la caduta di un ago. L'uso del pezzo è architettonico, incorporato nell'ossatura stessa della scena.
On The Nature Of Daylight è il vero ed unico leitmotiv che permette di collegare tutti gli elementi del film raggiungendo così il punto di climax massimo. L’opera di Richter, come l’Amleto è la spiegazione perfetta di come l’arte possa rendere effettivamente immortali. Come Shakespeare rendendo Hamnet protagonista della sua storia lo farà vivere per sempre, così Richter ha reso il suo tema indistinguibile da ogni cosa, coniato all’infinito, espressione dell’amore così come della morte. Un processo naturalistico in continua evoluzione.
Hamnet – Nel nome del figlio ci regala una storia in cui l’arte ne è l’assoluta protagonista. Debitrice del tempo, della sua gestazione, un incanto delicato in una cinema sempre più frenetico. Max Richter diventa portavoce musicale di questo incontro, dove tutto è silenzio, dove tutto è vita.