Il Maxiprocesso compie 40 anni: com'è cambiato il racconto della criminalità tra cinema e tv
Il Maxiprocesso di Palermo compie 40 anni. Un anniversario che simboleggia quanto sia ancora importante la lotta alla mafia. Impegno profuso anche attraverso il contributo di cinema e televisione.
All'inizio degli anni Ottanta, in Sicilia, imperversava la seconda guerra di mafia: da una parte i Corleonesi, rappresentati da Salvatore Riina e Bernardo Provenzano, dall'altra i Palermitani con Stefano Bontade, Salvatore Inzerillo e Gaetano Badalamenti. Queste due fazioni vengono, ancora oggi, definite con la maiuscola non per tributo o riconoscenza ma per indicare la portata di morti e tragedie che hanno lasciato alle loro spalle. Una battaglia senza quartiere per aggiudicarsi il dominio territoriale che ha portato, fra 1981 e 1984, circa 600 omicidi accompagnati da sanguinosi attentati per debellare la seconda fazione.
A cadere vittima di Cosa Nostra furono anche note personalità delle istituzioni: si comincia dal prefetto di Palermo, Carlo Alberto Dalla Chiesa (noto Generale dei Carabinieri), per poi passare al segretario provinciale Michele Reina, fino al Commissario di Polizia Boris Giuliano e il cronista Mario Francese. Senza dimenticare il candidato giudice di Palermo Cesare Terranova, il Presidente della Regione Siciliana Piersanti Mattarella, il procuratore Gaetano Costa e il capitano dei Carabinieri Emanuele Basile. La politica, poi, perse anche il segretario regionale siciliano del PCI Pio La Torre e i Carabinieri Silvano Franzolin, Salvatore Raiti e Luigi Di Barca che denunciarono per primi determinate scelleratezze sul territorio.Come si arriva al Maxiprocesso
Da questa tragedia nacque l'esigenza di mettere insieme una squadra di giudici istruttori che, lavorando in gruppo, avrebbero cominciato a mettere ordine a tale escalation criminale. Una sorta di pool antimafia in fase embrionale. Il consigliere istruttore Rocco Chinnici fu il primo a ritenere opportuno creare un gruppo di personalità competenti in materia presso l'Ufficio istruzione del Tribunale di Palermo. Arriviamo, dunque, al nocciolo della questione.
Le indagini cominciate nel luglio 1982 dal commissario Ninnì Cassarà e dai capitani dei Carabinieri Tito Baldo Honorati e Angiolo Pellegrini hanno portato alla stesura del celebre "Rapporto dei 162". Nella fattispecie si trattava di Michele Greco più altri 161 "uomini d'onore". Così venivano definiti i rappresentanti di Cosa Nostra a causa dell'omertà che li contraddistingueva. Quel rapporto include la prima grande inchiesta sulla fazione dei Corleonesi. La base su cui verrà poi improntato il Maxiprocesso.La figura di Totò Riina
In quel rapporto si parlava di metodi, strategie e tattiche utilizzati da Totò Riina e i suoi sodali per prendersi il potere della Sicilia e – più ampiamente – dell'Italia. Giovanni Falcone, compianto giudice a cui Chinnici affidò il materiale, comincia a lavorare a queste carte e con l'aiuto del procuratore capo Vincenzo Pajno e i colleghi della Procura Agata Consoli, Domenico Signorino e Giuseppe Ayala, titolari delle delicate inchieste sull'omicidio di Carlo Alberto dalla Chiesa e sulla strage della circonvallazione che si intersecavano inevitabilmente con quella sui 162, determina i primi intrecci fra pezzi deviati dello Stato ed esponenti della criminalità organizzata.
Se oggi si parla di trattativa Stato-mafia, per cercare di fare chiarezza sulla commistione fra criminali e parti delle istituzioni, è grazie a questo tipo di operato cominciato negli anni '80. Nello specifico il Maxiprocesso avviene il 10 febbraio del 1986. Alla base di tutto ci sono Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Leonardo Guarnotta e Giuseppe Di Lello. Capeggiati da Antonio Caponnetto, giudice che sostituì Chinnici nel 1983 dopo che quest'ultimo venne ucciso da Cosa Nostra.
L'importanza del pool antimafia
L'uomo decise, anche in memoria del collega, di mettere in piedi un vero e proprio pool antimafia coadiuvato dai sostituti procuratori Giuseppe Ayala, Domenico Signorino, Vincenzo Geraci, Alberto Di Pisa e Giusto Sciacchitano, il cui compito era inoltre quello di portare a processo come pubblici ministeri i risultati delle indagini del pool e ottenere le condanne.
"Questo è un processo come tutti gli altri, per quanto smisurato. Ciò che vi chiedo non è la condanna della mafia, già scritta nella storia e nella coscienza dei cittadini, ma la condanna dei mafiosi che sono raggiunti da certi elementi di responsabilità", così ha esordito il Pubblico Ministero Domenico Signorino nella requisitoria di quello che resta uno dei maggiori procedimenti giudiziari nella storia d'Italia.
I numeri del dibattimento
Maxiprocesso è la definizione che fu data, in ambito giornalistico, a quello che a tutti gli effetti era un processo penale tenutosi a Palermo per crimini di mafia, omicidio, traffico di stupefacenti, estorsione e associazione per delinquere. Gli imputati in primo grado furono 475, il numero scese a 460 nel corso del processo e vennero erogati 19 ergastoli per un totale di 2265 anni di reclusione con 200 avvocati difensori che tentarono di arginare le pene. La sentenza definitiva della Corte di Cassazione venne emessa il 30 gennaio 1992.
Una storia, questa, che può essere letta sui libri di scuola oppure attraverso i giornali dell'epoca. La realtà si intreccia con la fantasia, perchè resta davvero difficile credere che certe tragedie (in strada e nelle aule di tribunale) siano accadute sul serio. Allora, per ricordare alla comunità che quanto accaduto potrebbe tornare e la criminalità organizzata va combattuta ogni giorno, arriva in soccorso – con il suo compito più difficile, favorire la memoria e l'impegno condiviso – il cinema.
Il racconto della criminalità
Il racconto storico diventa film o serie tv: se in America hanno attinto da certe situazioni per dar vita a una trilogia come Il Padrino, in Italia hanno cercato di fare qualcosa in più. Descrivere la mafia cercando, però, di non enfatizzare soltanto l'oscurità di un'organizzazione ma anche di sottolineare quello che uomini e donne di giustizia hanno perso nel tempo. Non solo in termini di vite spezzate, ma anche di istanti che non tornano indietro. Il tempo con la famiglia, con gli affetti più cari, persino i momenti con loro stessi. Tutto sacrificato per un fine più grande: la sete di giustizia che deve tenere a bada quella di vendetta.
Dietro ogni uomo o donna che ha combattuto e combatte la mafia c'è un grande senso del dovere e delle istituzioni che, però, vacilla quando si arriva ad ammazzare così tante persone. C'è soltanto, a caldo, la voglia di farla finita. Di restituire la stessa violenza per dimostrare che spazzare via, in modo gratuito, un'esistenza è nocivo per tutti. Lo smarrimento iniziale, tuttavia, ha fatto posto alla lucidità e alla rettitudine nelle coscienze di molti. Ecco perché – nonostante l'usura del tempo e la pazienza ai minimi termini – la giustizia riesce a trionfare. Magari con un prezzo piuttosto alto, ma è un rischio che uomini e donne dello Stato (coloro che non hanno ceduto alla corruzione) sono disposti a correre in nome dell'equità e della pace condivisa.
Dalla violenza all'approfondimento
La settima arte, anche con l'aiuto delle serie tv, nel tempo – fra passato e presente – è riuscita a rendere questo concetto molto bene: inizialmente si passava a determinare, anche sul piano delle sceneggiature, esclusivamente la violenza della mafia. Proprio sul piano carnale e fisico. I registi e gli sceneggiatori puntavano sull'effetto straniante che faceva e fa la morte o la visione di una strage agli occhi dello spettatore.
Pensiamo a lavori come L'ultimo dei Corleonesi, oppure Il Capo dei Capi, racconti dove l'operato di Cosa Nostra viene raccontato con la grammatica dell'efferatezza senza lasciare spazio ad altro. Poi – grazie all'approfondimento e allo studio delle carte, in questo i faldoni hanno dato una mano – si è passati a raccontare le sfumature dei criminali. L'aspetto mentale rispetto a quello fisico: cosa spinge un uomo di mafia a fare quello che fa? Interrogativo a cui ha provato a rispondere Bellocchio con Il Traditore quando ha cercato di approfondire la figura di Tommaso Buscetta, pentito illustre che dopo aver foraggiato la causa criminale aiuta la giustizia contro i Corleonesi pagando a caro prezzo certe scelte.
Il Cacciatore e Il Delitto Mattarella
Stesso iter per quanto riguarda Il Cacciatore: serie ispirata ad Alfonso Sabella, ma anche cartina tornasole dell'atteggiamento di certi criminali. Poi troviamo situazioni più sociali, come La mafia uccide solo d'estate che si focalizza esclusivamente sulle ripercussioni che la criminalità organizzata ha sulla comunità di cittadini. L'accento sul ricatto costante che serpeggia fra le strade e gli abitanti della Sicilia e anche del resto d'Italia quando ci sono di mezzo interessi comuni. Tutt'altro che leciti. Chi si gira dall'altra parte o fa finta di non vedere viene etichettato come complice, ma cosa si nasconde dietro questa scelta di ignavia? La risposta, molto spesso, è paura. Il cinema e le serie tv hanno provato a restituire queste emozioni contrastanti in numerosi lavori recenti, come Il Delitto Mattarella (che ha visto un Leo Gullotta, fra gli altri, in grande spolvero).
Non dimentichiamo poi i biopic dedicati a Falcone e Borsellino, oppure a Rocco Chinnici o al Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa. In quel caso, i registi hanno puntato sull'iconicità di certe figure ma anche su tutto quello che avevano attorno. Un ambiente che li guardava da lontano provando anche, talvolta, a mettergli i bastoni tra le ruote. Anche in questo caso, il concetto di corruzione e quell'invisibile filo rosso che lega Stato e mafia tornano prepotentemente.
Falcone, Borsellino e Carlo Alberto Dalla Chiesa
I film e i prodotti seriali che hanno maggiormente saputo raccontare tutto questo groviglio di emozione e strategia sono stati: Giovanni Falcone, diretto da Giuseppe Ferrara, biopic del 1993 con Michele Placido nei panni del giudice e Giancarlo Giannini chiamato a interpretare il collega e amico Paolo Borsellino; Giovanni Falcone, l'uomo che sfidò Cosa Nostra, miniserie del 2006 con Massimo Dapporto nei panni del giudice ed Elena Sofia Ricci chiamata a interpretare Francesca Morvillo. Più recentemente troviamo Paolo Borsellino - I 57 giorni con Luca Zingaretti nei panni del magistrato dove si racconta il periodo di tempo che anticipa la sua morte subito dopo l'attentato a Falcone. Una sorta di Via Crucis televisiva fino alla strage di Via D'Amelio. Arriviamo, poi, a Il Generale Dalla Chiesa cult movie con Giancarlo Giannini nei panni del prefetto di Palermo.
Questi sono i maggiori esempi di lavori tematici, esistono tuttavia anche vicende indirette che raccontano la mafia a livello cinematografico e televisivo con uguale dovizia e rispetto: I cento passi di Marco Tullio Giordana descrive la criminalità organizzata con particolare attenzione all'attivismo politico. La figura di Peppino Impastato è resa con giustizia e cordoglio senza, però, sfociare nella banalità retorica. Troviamo anche Ultimo e Ultimo - La Sfida che raccontano, grazie all'occhio e la resa di Michele Soavi, l'operato dei ROS attraverso la figura di Sergio De Caprio.
Ultimo e il ruolo dei ROS
L'evoluzione di un metodo investigativo, fatto di infiltrazioni, spionaggio e studio dell'ambiente circostante, valido ancora oggi. In tal senso è prodotto anche L'Invisibile: recente miniserie dove si passa a raccontare la cattura del super latitante Matteo Messina Denaro. Ultima parte della "vecchia mafia", quella appartenente a Totò Riina e ai Corleonesi. Un progetto che ha visto sempre la direzione e supervisione artistica di Michele Soavi.
40 anni fa andava in scena il Maxiprocesso, iter con cui è cominciata una rincorsa al crimine organizzato italiano (sfociato anche nella strategia della tensione) non ancora finita. Cinema e televisione hanno dato il proprio contributo mediatico per raccontare le fasi di questo costante avvicendamento cercando di fornire, all'attendibilità documentaristica, anche una prospettiva più intima che fosse in grado di ricordare a tutti le sfumature più varie di un periodo storico fatto di scoperte, mutamenti e cambiamenti prospettici. Il mondo va avanti, ma le domande principali restano le stesse. Si evolve, invece, lo sguardo di chi non ha mai smesso di porsele. Anche grazie alla settima arte.