Il piccolo grande uomo, cosa ha cambiato (e per sempre) quando 50 anni fa uscì
Nessuno aveva mai mescolato i generi come Il piccolo grande uomo, nessuno ancora a Hollywood voleva cambiare il cinema per cambiare la società
Così Arthur Penn descriveva Il piccolo grande uomo durante la sua lavorazione, la storia di un uomo che attraversa un periodo molto preciso della storia americana, raccontata da egli stesso, il meno affidabile dei narratori possibili, in flashback.
Il film una sua verità ovviamente ce l’ha ma, precisa sempre Penn “è solo quella interna al racconto”. Come molti film moderni crea una bolla, un micro sistema di valori e possibilità che sono veri solo nelle parole e nei ricordi del protagonisti, ma all’interno di quella bolla tutto è giusto, tutto è coerente. Non c’è bisogno di spiegarlo oggi, perché sappiamo bene che nella bolla dei film Marvel valgono certe regole e in quella di quelli della saga di Harry Potter ne valgono altre, e che ognuno è coerente con le proprie.

Arthur Penn è stato uno dei cineasti più ribelli in assoluto. Ad oggi è raccontato e ricordato meno di altri suoi coevi, meno di Coppola o meno di Lumet o Pollack, ma in realtà il suo contributo è stato cruciale in anni cruciali. Alla fine degli anni ‘60 era imbevuto fino al midollo di idee di cambiamento, cambiamento del cinema per raccontare il cambiamento della società, aveva in odio costrizioni, restrizioni e visioni classiche tanto nel filmmaking quanto nella società. I suoi film sovrapponevano di continuo questi piani, in Penn ogni sovversione delle regole del cinema equivaleva ad una sovversione delle regole della società in cui viveva. Nel 1969, nel pieno della controcultura, era reduce dal successo incredibile di Gangster Story, con cui aveva messo la pietra tombale al Codice Hayes (la maniera in cui gli studios si autoregolamentavano e in pratica si autocensuravano su tutti i temi tabù), aveva creato una nuova estetica della violenza, un nuovo modo di raccontare gli antieroi e aveva messo in scena una società diversa in cui i criminali sono più umani della legge (e già La caccia in un certo senso girava da quelle parti).

Riraccontare Little Big Horn come un massacro e una pagina vergognosa era una rottura con il cinema del passato e una rottura con la retorica sulla guerra in Vietnam. Riraccontare il west dalla parte degli indiani, in linea con quello che faceva nello stesso anno Soldato blu, era il revisionismo di un’epoca ma anche della maniera in cui l’America guardava se stessa, non come il terminale di un’evoluzione per il meglio ma come il risultato di genocidi e ingiustizie profonde. Ed era anche il revisionismo di un genere cambiando i ruoli di protagonisti e antagonisti, cambiando scenari, paesaggi e retorica.
A Penn il mondo non piaceva e faceva film che lo raccontavano come un posto spiacevole, l’America come un paese fondato da figure meschine.


Anche al loro interno la logica della sovversione fa sì che i generi di Il piccolo grande uomo siano traditi, il western che non è un western classico ma revisionista, il film storico che non è fedele alla storia ma mente e si prende concessioni, il dramma fatto di genitori massacrati e aspettative frustrate ma pieno di commedia.
Alla fine doveva esserci la morte del grande capo indiano, ma proprio per evitare il melodramma e abbracciare il viaggio picaresco si opta per una delle scene più memorabili del film e a suo modo più commoventi. “Volevo mostrare che non solo gli indiani sarebbero stati distrutti ma che sarebbero anche stati condannati a vivere”.