Mulholland Drive, vent’anni di enigmi firmati David Lynch
Mulholland Drive di David Lynch compie vent’anni e non ha perso un’oncia del suo fascino da puzzle riservato ai solutori più abili
“Riservato ai solutori più abili”.
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Almeno così si diceva al tempo, dopo l’applauditissima anteprima a Cannes e i primi giri in sala – che incidentalmente fruttarono a Mulholland Drive appena 20 milioni di dollari a fronte di un budget di 15, un classico caso di film applaudito dalla critica e snobbato dal pubblico, cioè una delle situazioni più ricorrenti nella carriera di David Lynch. Si diceva che Mulholland Drive fosse (non stiamo a linkarvi tutte le recensioni a riguardo, ma se volete ce n’è una particolarmente divertente che lo definisce “un mucchio di spazzatura idiota e incoerente”) un puzzle irrisolvibile, un delirio il cui senso emergeva solo dopo ripetute visioni e analisi approfondite e magari collettive. Geniale, sperimentale, oscuro, imperscrutabile, irrisolvibile e secondo alcuni irricevibile: a rileggere adesso quello che la stampa scrisse su Mulholland Drive vent’anni fa viene il dubbio che a un po’ di gente mancasse una conoscenza anche minima del resto della carriera di Lynch.
C’è da dire che lo stesso Lynch ha fatto molto per alimentare la fama di Mulholland Drive. Che nasce come serie TV, o meglio come pilot da novanta minuti di una serie TV che Lynch provò a vendere ad ABC; secondo Sherilyn Fenn l’idea risale addirittura ai tempi di Twin Peaks, e all’inizio Mulholland Drive sarebbe dovuta essere una serie spin-off dedicata ad Audrey Horne. Lynch cambiò lievemente direzione e la trasformò nella più generica storia di un’aspirante attrice che arriva a Hollywood per farsi una carriera, e della mora misteriosa che incrocia il suo cammino; come lui stesso racconta, la prima versione del pilot, e il suo pitch agli executive di ABC, lasciava aperte molte questioni, al punto che quando la rete gli chiese “OK, ma la storia come prosegue?” lui rispose “comprate il mio pilot, producetemi la serie e ve lo dico”.
“Notate la vestaglia, il posacenere, la tazza di caffè”. “Camilla è stata aiutata solo dal suo talento?”. “Fate caso a quando compaiono le lampade rosse”. I suggerimenti di Lynch sono contemporaneamente abbastanza vaghi da poter significare qualsiasi cosa, e abbastanza precisi da spingere chi li segue a concentrarsi su certi dettagli, con il rischio in questo modo di perdere di vista il quadro generale. Lo diciamo nella convinzione che Lynch sarebbe d’accordo con noi: guardare Mulholland Drive con la lista della spesa sotto gli occhi significa rovinarsi almeno in parte l’esperienza, e farsi guidare dai suggerimenti (che conoscendo il tipo potrebbero anche essere fatti apposta per sviare) del suo autore invece di approcciare la visione con il proprio ritmo.
Nelle loro linee generali, ovviamente: se volete ricostruire con esattezza la cronologia degli eventi in un film che fa della narrazione non lineare uno dei suoi punti di forza, fare attenzione alle vestaglie è ancora fondamentale, e per chi vuole andare così a fondo nell’analisi gli indizi di Lynch sono irrinunciabili. Quello che stiamo dicendo è che anche senza l’aiutino, anche senza necessariamente saper indicare tutti i legami tra i due mondi e il significato di ogni simbolo e allegoria che compare nei primi due atti, Mulholland Drive resta un gigantesco e godibilissimo pezzo d’arte, girato da un regista che ha passato la sua intera carriera in stato di grazia, interpretato da una delle più grandi attrici in circolazione (Naomi Watts, che non significa che il resto del cast non sia all’altezza, solo che il film è, in ultima analisi, tutto suo) e che contiene alcuni dei momenti di puro cinema migliori del nuovo millennio (per esempio questa sequenza e tutto quello che segue e che è stato tagliato dalla clip). Risolvete l’enigma, andate a caccia di indizi, avanzate teorie astruse, se volete; ma non dimenticatevi di godervi il film, perché è uno dei migliori di sempre – e non solo di Lynch.


