Ore 15:17 - Attacco Al Treno, com'è cambiato l'eroe eastwoodiano nel tempo
Ore 15:17 sembra essere il terzo e più concreto film di una trilogia sull'eroismo reale, con il quale Eastwood traccia il suo eroe moderno
Aveva 62 anni all’epoca (1992) e in quel film si prendeva più o meno consciamente l’incombenza di mettere la pietra tombale su un certo tipo di etica e di eroismo del west. Chiudendo i conti con l’eroe classico, lui che lo era stato in tante forme differenti, segna il punto di arrivo quel tipo di mitologia. Ma anche solo considerando quel che è capitato da lì in poi nei suoi di film, Clint Eastwood da Gli Spietati comincia ad avere dei seri problemi con le pistole, la violenza, le armi e la morte. Uno che non ha fatto che complicarsi con gli anni, fino a Ore 15:17 - Attacco al treno, film indispensabile per capire il suo rapporto con essa.
Da Gli Spietati in poi, per dirla in parole semplici, ogni pallottola che viene sparata crea un problema, da che in precedenza, sparare era sempre stata la soluzione. Lo era nell’apice del giustizialismo di Clint, ovvero i film dell’ispettore Callaghan diretti prima da Don Siegel e poi da lui stesso e lo era in un capolavoro come L’Uomo Nel Mirino (il cui finale è un tripudio di pallottole). Invece da lì in poi, e con ancor più precisione lo si nota nel film successivo, Un Mondo Perfetto, sparare crea solo problemi, problemi immensi che potranno essere risolti con ancora altra violenza, altri spari, ma non sarà mai un buon finale, sarà una redenzione malata, una terribile forma di vendetta o retribuzione che non serve a niente.

Da lì comincia un’altra filmografia di Eastwood, fatta di film che quando hanno a che vedere con la violenza la guardano con molto sospetto e meno certezze. Anche in Gran Torino, l’ultimo film in cui Clint è attore e regista, c’è uno sparo che non fa finire bene la trama, c’è una violenza che è l’ultima ratio e che non può che dar vita ad una vittoria amarissima. Non è né sarà mai un pacifista il vecchio Clint, è semmai il cowboy disilluso e triste di Gli Spietati che ricorrerà al fucile ma arrabbiato, infastidito e conscio che qualcuno lo ha costretto e questa è la soluzione peggiore di tutte ma, nondimeno una soluzione.
A fare gli eroi, stavolta Eastwood ha messo i veri eroi.

Oggi più di ieri sembra che per Eastwood i migliori tra di noi non siano in sintonia con le istituzioni (o forse è viceversa). Reietti a scuola, considerati scemi dagli insegnanti e inadatti dall’esercito, questi tre non si arrendono. Pur credendo fermamente che siamo tutti in dovere di fare qualcosa, prendere parte ai conflitti, servire il paese, comportarsi da bravi soldati, Clint Eastwood pare anche convinto che un certo grado di disobbedienza e capacità di decidere per sé sia indispensabile. Non vanno molto daccordo queste due prospettive (quella autonoma e quella militare) e molto dei suoi film si gioca su questo già da Gunny, in cui veniva professato che il dovere dei marine è “adattarsi e risolvere”. Ma cosa rende un eroe il capitano Sully se non proprio il suo sapere meglio di tutti cosa fare e avere il coraggio di farlo punto e basta? Cosa rende un eroe Chris Kyle? Il suo record di nemici fatti fuori con il fucile da cecchino o la maniera in cui si è messo al servizio di un paese che sembra sfruttarlo senza aiutarlo?
