Parenti Serpenti, Monicelli e il lato oscuro del Natale

Mario Monicelli ha concepito un'opera ancora oggi tremendamente attuale, in grado di mettere in primo piano l'ipocrisia delle feste e le ombre che panettone e pungitopo ogni anno gettano sui legami di sangue e non solo.

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Mario Monicelli ha sempre scelto la via meno semplice per arrivare al cuore delle sue opere. La commedia, secondo il suo modo di intendere la settima arte, doveva avere gran parte del pubblico assorto fra sorrisi e riflessioni – anche pungenti – per poi essere spiazzato rovinosamente in un vortice di consapevolezza e senso di colpa. Secondo molti, era il modo che Monicelli aveva di far passare il concetto di malinconia senza prestare eccessivamente il fianco alla condiscendenza.

Dopo anni, 15 dalla propria dipartita, possiamo tranquillamente affermare che il regista nato nel rione di Campo Marzio della nostalgia e dei sensi di colpa non aveva la minima preoccupazione. I suoi lavori non hanno mai avuto la pretesa di insegnare qualcosa, volevano (e vogliono) semmai mettere lo spettatore medio di fronte alle proprie nefandezze. Una sorta di catarsi nella nemesi: presa di coscienza, anche scomoda, in mezzo alle ombre che diventano realtà nel giro di un lungometraggio.

Mario Monicelli e il risvolto cinico della commedia

Si può ridere, come avviene con Amici Miei, si può riflettere amaramente come accaduto con Il Marchese del Grillo e Un Borghese Piccolo Piccolo. Oppure ci si può arrendere, ma conta sempre e soltanto come scegliamo di farlo. Monicelli lo ricorda nella maniera meno convenzionale possibile, attraverso un'opera che – ancora oggi – somiglia a un trattato sociale pregno di verità scomode e autenticità scenica. Si tratta di Parenti Serpenti, film uscito nel 1992, che viene definito uno dei lavori maggiormente accurati del regista.

La differenza è sottile, ma sostanziale: i migliori film di Monicelli, probabilmente, sono altri. Pensiamo a L'Armata Brancaleone o I Soliti Ignoti, senza dimenticare Romanzo Popolare. Parenti Serpenti, tuttavia, è il film più vero del regista. Una cartolina che non ingiallisce mai, per due motivi fondamentali: il primo è che distrugge, gradualmente, tutti i luoghi comuni sulla famiglia e sul bene che popola ogni nucleo.

L'ipocrisia come musa

Lo fa senza alcun tipo di imbarazzo, non c'è mediazione, la narrazione degli eventi è portata proprio a restituire l'impressione di un castello di certezze che lentamente si sgretola. Il secondo motivo riguarda l'ipocrisia: in quest'opera di Monicelli è un tratto distintivo, necessario soltanto ed esclusivamente a far capire che la falsità – in maniera diversa – è ugualmente insita in ciascuno di noi. Specialmente a Natale.

Parenti Serpenti, Mario Monicelli (1992)

Monicelli aveva chiaro quello che oggi gli psicologi dicono facendosi persino pagare profumatamente: la famiglia è sempre origine di traumi e cicatrici profonde, non si scappa. Anche nei rapporti familiari più sani ci sono retroscena invisibili e trame in grado di sconvolgere tutto. Gli scheletri nell'armadio di ciascuno vengono fuori, in particolare, durante le feste.

La famiglia, una prigione condivisa

A Natale siamo tutti più buoni, ma anche maggiormente vulnerabili. Rientriamo, e questo viene reso magistralmente dal regista cresciuto a Campo Marzio, in quell'ecosistema familiare da cui tendiamo a sfuggire durante tutto il resto dell'anno. In Campania si usa dire che il sangue si mastica, ma non si sputa. Nel senso che i legami di sangue, in special modo quelli con la famiglia, non si rigettano ma attraversano situazioni spesso al limite del consentito.

I ruoli sono sempre ben definiti, ma con il trascorrere del tempo certe dinamiche si trasformano in insofferenza. Soprattutto perché il sopraggiungere dell'età adulta permette ai presenti di non voler più applicare i medesimi espedienti di comunicazione. Il risultato equivale all'essere al cospetto di una pentola a pressione: la rabbia e l'indolenza salgono fino a esplodere in liti particolarmente accese e recriminazioni di vario genere. Monicelli ha saputo trovare armonia in una situazione limite, riuscendo a tratteggiare – con precisione chirurgica – il lato oscuro del Natale. Dove ogni panettone o pandoro, potenzialmente, potrebbe celare sensi di colpa e rancori che possono incidere all'interno del vissuto di ciascuno.

La provincia italiana specchio dell'insoddisfazione

Una famiglia, quella raccontata da Monicelli, sul punto di esplodere che resta imbrigliata all'interno di una liturgia obbligata come quella che accompagna il Natale. Sullo sfondo di una Sulmona innevata, quattro figli si riuniscono con le rispettive famiglie e le certezze di una vita intera si sciolgono come la candela al centro della tavola. Il cenone sembra essere il ritratto perfetto della provincia italiana: c'è il Maresciallo in pensione leggermente disorientato, la madre onnipresente e inevitabilmente logorroica. Non mancano, poi, i nipoti annoiati.

La tavola, secondo Monicelli, è il centro di tutto: un proscenio teatrale dove ogni maschera viene distrutta dalla più cruda realtà. Paolo Panelli, che incarna il suo ultimo ruolo, è una perfetta rappresentazione della sopportazione obbligata che ciascuno è costretto a subire in nome del quieto vivere. Un concentrato di sofferenza e mal celata insolenza.

Un gioco al massacro

Si passa alla nevrotica Cinzia Leone e al viscido Alessandro Haber (per esigenze di copione, naturalmente). I colpi bassi di ciascuno vengono serviti, fra una portata e l'altra, come se fossero un'insalata di rinforzo. L'unica cosa che si coltiva, però, è il seme del rancore. Un trionfo dell'egoismo diffuso che attanagliava la classe media e oggi, invece, attraversa il ceto medio-alto.

Una cattiveria lucida che non risparmia nessuno. Anche per questo Monicelli ha sviluppato un umorismo cinico in grado di fare la differenza. Negli stessi anni di Parenti Serpenti, hanno trovato lustro i cinepanettoni. Cartoline dell'alta borghesia in grado di conservare, tuttavia, una componente favolistica. Nel caso di Monicelli, invece, di fiabesco c'è poco o nulla. Il lieto fine, secondo il compianto regista, è sapere che in questo gioco al massacro – che in famiglia chiamano festa – non si salva nessuno.

Un sadismo che si ripete non per autolesionismo, ma per carità cristiana e – in taluni casi – per dovere. Essere soli è un rischio, ma diventare ingombranti – in particolare quando subentra l'età adulta – è una certezza che neanche di fronte a un pranzo o una cena di famiglia si riesce a digerire. Monicelli, tra le altre cose, ha descritto il reflusso gastrico di una nazione che passa dai legami più intimi. Quasi come se fosse un "peccato originale" da cui nessuno riesce a liberarsi.

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