Quibi potrebbe essere il fallimento audiovisivo dell'anno a giudicare dai contenuti al lancio
Jeffrey Katzenberg lo vende come il futuro dell’audiovisivo, ci ha investito 1,75 miliardi di dollari e al momento è pieno del passato dell’audiovisivo
Al momento i mesi di prova gratuita sono 3, tantissimi, e gli show disponibili sono una caterva di spazzatura televisiva raramente buona, occasionalmente piacevole, molto spesso allucinante come lo possono essere certe trasmissioni trash, in troppi casi nemmeno così brutte da essere divertenti. Di materiale capace di giustificare un abbonamento non c’è nulla, di capace di far venire voglia di riaprire Quibi, per ragioni che non siano quelle di realizzare questo articolo, nemmeno.

Se non altro l’app tecnicamente è molto buona, quel miliardo in sviluppo è servito per un’interfaccia che mette insieme Netflix e Instagram e per una tecnologia che consente di vedere i contenuti sia in verticale che in orizzontale senza perdere nulla. Sostanzialmente passando al verticale siamo sempre in grado di vedere chi parla o di seguire l’azione. In certi casi lo schermo si splitta da solo in due (sopra e sotto) per mostrare due persone o due situazioni. E bisogna dire che questo funziona. Tecnicamente Quibi non ha difetti. Certo non è molto originale né si prende dei rischi, ma funziona.
Se si guarda ai contenuti invece è il grande ritorno della vecchia tv, è quanto di più vecchio immaginabile. In teoria la sua concorrenza sul terreno della brevità (video Facebook, YouTube, Tik Tok e le stories dovunque esse siano postate) ha come forza il fatto di liberarci dal tipo di contenuti televisivi, questo è l’opposto. Del resto è il frutto di un quasi 70enne (Katzenberg) e un 63enne, Meg Whitman, ex CEO di Hewlett Packard ex CEO di eBay e candidato governatore della California del 2010. Loro hanno radunato quella montagna di denaro e partner come Google, Anheuser-Busch, Walmart, Pepsi e Procter & Gamble.

Ma chi di questi davvero metterebbe la sua pubblicità accanto al reboot della trasmissione di Mtv Punk’d (Scherzi a parte fatto da Chance The Rapper in 8 minuti) o per Most Dangerous Game (in cui Liam Hemsworth, povero in canna ma con famiglia a carico, accetta di farsi dare la caccia in città per soldi, supervisionato da Christoph Waltz) o Survive (serie in cui Sophie Turner è una ragazza con problemi mentali e tendenze suicide che rimane coinvolta in un incidente aereo e dovrà cercare di sopravvivere) o ancora il teen mystery When The Lights Go Off (che pure è il migliore del gruppo dei prodotti “di finzione”)? Chi vorrà spendere 9€/mese quando per meno c’è Netflix e sul televisore?

Ma sono gli show televisivi a far cadere le braccia, produzioni americane orrende che pensavo ci fossimo lasciati alle spalle. Inutile elencarli tutti, vi dico solo il più curioso, The Shape Of Pasta, in cui uno chef californiano malato di pasta viaggia in Italia alla ricerca di forme di pasta artigianali che “stanno scomparendo” e si meraviglia a guardare anziane signore che fanno le trofie (se solo sapesse che stanno nei supermercati!).

E ci aggiungo il guilty pleasure di Quibi, l’unico che almeno ha il pregio di essere “so bad it’s good” che è Thanks a Million, in cui in ogni puntata una celebrity dona di tasca propria 100.000 dollari a qualcuno che nella sua vita gli ha fatto del bene e questi si può tenere la metà ma dare l’altra a qualcuno che gli ha fatto del bene e quest’altro pure deve farlo stesso. Una catena di tre anelli (nella prima puntata i soldi ce li mette Jennifer Lopez, poi a scendere in notorietà Kevin Hart, Kristen Bell, Tracy Morgan e poi non li ho più riconosciuti) in cui seguiamo il denaro di donazione in donazione. L’apice ovviamente è il momento in cui ci si presenta dal ricevente, si fa un discorso su quanto sia stato inspiring e si tirano fuori le banconote. Proprio la valigetta piena di decine di migliaia di dollari in banconote di piccolo taglio per sembrare tantissimi! E lì partono le lacrime e le promesse di un domani migliore con le mazzette di dollari in mano.

Impostato così Quibi è un disastro senza appello, un disastro da 1,75 miliardi di dollari pieno o di produzioni riciclate (cioè che non nascevano da 8 minuti a puntata ma così vengono presentate chiamandoli “film a puntate”) o di show di quart’ordine come Dishmantle, un cooking show la cui particolarità è che degli chef assaggiano dei piatti che gli sono stati sparati addosso col cannone e poi devono rifarli. Ogni giorno ci sono nuovi episodi di queste serie e ogni tanto ne parte una nuova.
Nel primo anno Quibi farà partire 175 nuovi show e se non altro ancora non si sono visti i più promettenti. Fino ad ora su si trovano produzioni con Sophie Turner, Chrissy Teigen (internet star che fa da giudice per davvero in una specie di Forum all’americana), Chance the Rapper, LeBron James, Jennifer Lopez, Reese Witherspoon (in una serie di documentari sugli animali che traducono nel mondo delle bestie gli atteggiamenti dei teenager), Liam Hemsworth con Christoph Waltz e Lena Waithe. E quasi nessuno ha uno show valido, devono ancora arrivare le produzioni con Idris Elba, Nicole Richie, Demi Lovato, Will Smith, Laura Dern, Tyra Banks, Zac Efron, Bill Murray e Laurence Fishburne ma a questo punto l’hype è scarso.
