RoboCop 2 sogna pecore elettriche
RoboCop 2 è un’intricata riflessione filosofica sulla natura di Alex Murphy, e una parodia del primo capitolo.
RoboCop 2 è su Amazon Prime Video
RoboCop 2 e la maledizione del primo capitolo
D’altra parte, RoboCop 2 era destinato a esistere sotto l’ingombrante ombra del predecessore. Sono pochi i sequel che riescono a migliorare quanto detto nel primo capitolo, e se dobbiamo essere onesti RoboCop 2 non fa parte di questa lista: il film di Paul Verhoeven diceva già sostanzialmente tutto quello che c’era da dire, era perfetto così com’era e l’unico motivo per cui ha avuto un sequel è la potenza iconografica del suo protagonista, troppo bello, cromato e indistruttibile per pensare di lasciarlo arrugginire dopo solo un film.
RoboCop 2 poteva quindi scegliere la strada più semplice, e rifare quello che succedeva nel primo capitolo ma più grosso – la classica soluzione per i sequel di quel periodo. Frank Miller, invece, preferisce complicarsi la vita, e mettere un po’ da parte l’azione (e la classica struttura supereroistica che prevede che l’attenzione sia sempre concentrata sul protagonista) per dedicarsi alla filosofia. Quella stessa filosofia che già RoboCop esplorava, con tutti i suoi ragionamenti sull’identità di Alex Murphy e sulla sua natura ibrida tra umano e macchina; e che qui diventa il fulcro di tutto il film, che gioca letteralmente a fare a pezzi RoboCop e a ricostruirlo da zero, nel tentativo (non del tutto riuscito) di fare una sorta di reset di quanto successo nel capitolo precedente.
Il nuovo RoboCop e il RoboCop 2.0
Murphy viene così fatto regredire a uno stadio pre-umano, ri-trasformato in quel cyborg indistruttibile e senza sentimenti che già avevamo visto nel primo capitolo. E da qui viene rimesso insieme, pezzo dopo pezzo, mettendo ogni volta alla prova la sua umanità. È chiaro che in un film del genere la domanda “RoboCop è una macchina o un essere umano?” è oziosa e retorica, e infatti RoboCop 2 fa di tutto per dimostrare che la risposta è la seconda. Ma quello che è interessante è come ci arriva: in quella che è una delle scene più crudeli mai viste in un film di fantascienza e robot, Murphy viene ridotto di fatto a un cervello, che rimane aggrappato alla vita per puro istinto di autoconservazione. È a partire da questa testa in stile Futurama che poi il poliziotto viene ricostruito, migliorato ma sempre e comunque tenuto il più lontano possibile dalla tentazione di sentirsi umano.
È come se il film volesse dimostrare una cosa, ma i suoi personaggi facessero l’impossibile per giustificare il suo contrario. Il fatto stesso che uno degli snodi di trama riguardi un RoboCop 2.0, riveduto, corretto e migliorato come successo a Terminator, è indicativo: Murphy viene trattato come un oggetto, una proprietà intellettuale, e si potrebbe vedere questo passaggio come una satira dell’obsolescenza programmata. RoboCop 2 è un sequel, e quindi condannato per sua stessa natura a migliorarsi rispetto all’originale; non ci riesce, ma il fatto che cucia questi discorsi nell’ordito della trama, facendo incontrare cinema e meta-cinema, è per lo meno una scelta interessante e stimolante.
RoboCop 2 e la parodia
Meno stimolanti, ahinoi, sono tutti quegli aspetti apparentemente secondari ma che contribuiscono in maniera decisiva a definire l’identità del franchise di RoboCop. E cioè: il film di Verhoeven era sì una riflessione sul dualismo uomo/macchina, ma era anche una satira ultra-stratificata che se la prendeva con il turbocapitalismo, lo strapotere delle corporazioni, la morte della cosa pubblica, ma anche l’ossessione per la sicurezza, la spettacolarizzazione della violenza, e aggiungete voi il tema che preferite. RoboCop 2 prova a essere altrettanto satirico quando non parodistico, ma l’approccio che sceglie è quello di ripetere cose già note limitandosi ad alzare il volume.