RoboCop (2014), quel che Joel Kinnaman continua a non capire sul remake
RoboCop versione 2014 non è solo un film che non ha fatto felici i fan, è anche un film meno interessante dell’originale
RoboCop (2014) è su Amazon Prime Video
Proviamo a spiegarci. La settimana scorsa abbiamo tentato di descrivere i motivi per cui il RoboCop di Paul Verhoeven è non solo un grandissimo film action, ma anche una parabola fantascientifica geniale e profetica, nonché il ritratto di un eroe molto diverso da quelli che il cinema mainstream di quegli anni tendeva a celebrare. RoboCop è un cyborg programmaticamente senza sentimenti, un’entità post-umana che deve reinventarsi e che trova finalmente la sua vera identità non semplicemente “tornando umano”, ma facendo un passo avanti dal punto di vista evolutivo e ricostruendosi a partire dalle macerie della sua esistenza precedente.
Lose the arm!
Il fatto che il film si chiuda con la battuta “Come ti chiami?” “Murphy” è indicativo, ma lo è ancora di più il modo in cui si risolve lo “scontro finale” tra lui e Dick Jones, il vero villain del film: Robocop NON supera la sua programmazione in nome dell’etica o anche solo della vendetta, ma viene aiutato dal Vecchio che, licenziando in tronco Jones, permette a Murphy di aggirare quello che sta scritto nel suo sistema operativo. È un trucchetto, non un’improvvisa e improbabile presa di coscienza; e chi ci dice che quel “mi chiamo Murphy” finale non sia, allo stesso modo, una dimostrazione che RoboCop ha imparato come si vive tra gli umani e come si finge di essere uno di loro, pur restando fermamente un cyborg?
RoboCop, più umano dell'umano
In questo senso Kinnaman ha ragione: il suo RoboCop è un’altra cosa, e se al tempo la produzione avesse “ascoltato i fan” come dice lui le cose sarebbero andate diversamente. Il punto però è un altro, e cioè: non è solo questione di aderenza al canone, di rispetto di un originale leggendario. Il punto è che il RoboCop del 2014 è un personaggio meno interessante di quello del 1987. Meno stimolante, meno stuzzicante, soprattutto uguale a mille altri personaggi simili che si trovano a dover far convivere il loro lato umano e il loro lato “altro”. Il RoboCop di Kinnaman è un supereroe con grandi responsabilità, è Edward Mani di Forbice, è Jean-Luc Picard che anche quando diventa Locutus dei Borg non smette di essere in contatto con il suo lato umano e lo usa per liberarsi dal giogo dell’oppressore. È Roy Batty che si sente più umano degli umani.
Non a caso gli viene affiancata una moglie che, invece, nell’originale era quasi assente, e che qui diventa il primo motore di tutte le sue azioni, in presenza ma anche e soprattutto in assenza. Non a caso sul finale non gli serve alcun trucchetto per vincere: semplicemente, il suo lato umano riesce a sopraffare anche la sua programmazione, quanto basta per permettergli di sparare al cattivo e salvare la principessa. L’arco narrativo del RoboCop originale funziona anche perché non è prevedibile, che è ironico se pensate che parla di un robot programmato per obbedire. L’arco del RoboCop di Kinnaman è scritto fin dal primo istante, prevedibile e già visto: è un “mostro”, in senso lato, che alla fine si dimostrerà più umano dell’umano, o quantomeno umano a sufficienza da superare i suoi limiti cibernetici.
Spunti moderni che non c'entrano con Verhoeven
Non è quindi questione di ascoltare o meno i fan, anzi: con tutti i suoi difetti, il RoboCop di Padilha ha una serie di spunti moderni e affascinanti che non c’entrano nulla con il film di Verhoeven ma che parlano del nostro mondo di oggi (ieri, ormai), del futuro della guerra e anche dell’ordine pubblico, et cetera. Cioè: si vede che c’è una certa cura nella scrittura, il tentativo quantomeno di non parlare delle stesse identiche cose di cui parlava il film del 1987. Il problema è che, fan o meno, ci sono certe cose che non andrebbero cambiate, non per principio o per sacralità, ma perché se le cambi diventano meno interessanti.
Ecco, la questione è tutta qui: non è che il remake di RoboCop sia un film mediocre perché è diverso dall’originale e perché non è stato fatto per accontentare i fan. Lo è perché racconta una storia meno interessante, di un personaggio meno interessante e soprattutto già visto e stravisto, e la cui parabola ci dice cose che erano già state dette altrove e meglio. Non è questione di accontentare o meno i fan, ma di incapacità di stimolare le sinapsi con la stessa efficacia del film di Verhoeven.
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