The Hitcher, il remake di cui il mondo si è dimenticato
The Hitcher fu uno dei primi tentativi di Michael Bay di farsi notare nell’horror, e non andò a finire benissimo
Parlare di un film come The Hitcher, remake dell’omonimo horror con Rutger Hauer e Jennifer Jason Leigh uscito nel 2007 e che, come tutti i remake che si rispettino, dimentica gli eventi del sequel per ripartire da zero, è una di quelle sfide quasi impossibili che ogni tanto toccano a noi che scriviamo di cinema. Principalmente per un motivo: non c’è molto da dire. The Hitcher è una cosa che è accaduta senza che il mondo ci facesse particolarmente caso, e dopo la quale tutte le persone coinvolte hanno tirato dritto e sono tornate alle loro normali carriere. Non si può neanche definirlo un flop, o un film orrendo stroncato dalla critica con una violenza tale da meritarsi un pezzo postumo in cui, a quindici anni di distanza, analizziamo se quelle opinioni fossero affidabili o troppo colorate dalla vicinanza temporale, e quindi da sfumare con il passare del tempo.
Il buon senso avrebbe a quel punto suggerito di cambiare direzione, almeno in parte: magari non smetterla con gli horror (PD nasceva proprio perché Bay amava il genere e ci teneva a produrre film dell’orrore), ma magari abbandonare la strada dei remake per scegliere quella degli originali – che incidentalmente è quella che darà i primi veri successi a Platinum Dunes, si veda La notte del giudizio. Ma siccome Michael Bay in quegli anni aveva già litigato furentemente con il buon senso, The Hitcher fu, appunto, come scritto sopra, il quarto tentativo per la sua casa di produzione di farsi notare in senso positivo.
L’idea di Bay, in qualche modo avanti sui tempi, è semplice: prendiamo il tizio al volante del primo film e sostituiamolo con una tizia al volante! (manteniamo comunque al suo fianco un tizio così abbiamo a) una quota maschile per l’identificazione e b) la scusa per farci vedere la coppia in situazioni intime e dunque bollenti) Sophia Bush, un’altra che dopo il film non si avvicinerà mai più all’horror neanche per scherzo e che oggi fa più attivismo che cinema, diventa dunque la protagonista di The Hitcher: è ottima quando deve fare la scream queen, meno quando deve comportarsi da persona normale, ma lì il problema potrebbe essere di una sceneggiatura che le impone di passare tutto il tempo in cui non sta rischiando la vita a fare moine e faccette e morsicarsi il labbro inferiore, inguainata in una canotta invisibile e un paio di pantaloncini altrettanto minuscoli.
Purtroppo qui è dove finisce la spinta creativa di The Hitcher: dal momento in cui Sean Bean (che raccoglie meglio che può l’eredità di Rutger Hauer, e riesce a non sfigurare e anzi a regalarci un paio di momenti altissimi) tira fuori il coltello e si rivela per il serial killer che è, il film fa esattamente tutto quello che vi aspettate. Soprattutto se avete visto l’originale, e sapete già che il vero twist del film arriva quando l’assassino si rivela anche un genio del male e riesce a far incolpare la coppia dei suoi omicidi, aggiungendo così una torma di poliziotti infuriati al quadro generale e fornendo a Sean Bean abbastanza carne da macello da sostenere un’ora e mezza di film.


