The Nameless Ballad e il coraggio di fare horror in Italia
Federico Zampaglione torna al cinema con un nuovo horror che punta a unire musica e brivido in una storia davvero personale: perché progetti come questo andrebbero supportati a prescindere dal loro esito.
In una villa isolata nella campagna della Sabina, c’è un giovane musicista di successo che vi si rinchiude per finire un album e ritrovare una direzione che sente di aver smarrito. Insegue una melodia persa nel tempo, ritrovata nella terra marcia e che ora non può smettere di suonare, evocando antichi incubi e presenze che richiedono un pegno di sangue.
Da Shadow a The Well, il cinema di Zampaglione ha trovato spesso il suo primo pubblico nei festival di genere stranieri, dove l’horror italiano non viene accolto come un’anomalia da giustificare e dove non è costretto a scardinare pregiudizi stratificati da decenni, simbolo di un Paese incapace a fidarsi di un genere che, paradossalmente, ha contribuito a inventare.
L’Italia è stata una delle culle del cinema dell’orrore, il luogo in cui Riccardo Freda girava I vampiri quando il genere da noi praticamente non esisteva, in cui Mario Bava trasformava Barbara Steele in un’icona con La maschera del demonio, Dario Argento ridisegnava la grammatica della paura con colori acidi e il rock progressivo, Lucio Fulci portava il corpo al suo limite più disgregato e Pupi Avati scopriva il gotico nelle nebbie padane de La casa dalle finestre che ridono.
Eppure, chi in questi anni ha avuto il coraggio di sfidare quella diffidenza ha dimostrato che il terreno è tutt’altro che sterile. La parabola di Paolo Strippoli è forse l’esempio più eloquente. Insieme a Roberto De Feo, che con Il nido aveva già riportato in vita i canoni del gotico ma con un tocco di sperimentazione in più, ha firmato A Classic Horror Story, un film che giocava apertamente con i codici del genere americano per poi rovesciarli in una riflessione feroce sul nostro modo di consumare la violenza, utilizzando il folklore nostrano come filtro. Con Piove ha portato il fantastico in una Roma marcia di rabbia repressa, con La valle dei sorrisi ha inventato un paese di montagna in cui il dolore viene assorbito da un abbraccio scaricando ansie e aspettative su un singolo adolescente, e con L’estranea, in concorso alla Mostra di Venezia, ha piegato il thriller psicologico e le suggestioni horror per scavare dentro una famiglia e dentro il patto su cui ha costruito la propria sopravvivenza.
Tutto questo lo ha portato, e ci ha portato, verso la più inaspettata delle notizie: L’estranea rappresenterà l’Italia nella corsa all’Oscar per il miglior film internazionale, un caso più unico che raro perché mai nella storia degli Oscar un film di genere italiano era arrivano fino a questo punto. Ma l’attenzione andrebbe principalmente posta sulla motivazione alla base di questa scelta; la commissione ha definito la pellicola come un film nuovo, di genere, di un giovane autore. Nuovo, di genere, giovane autore. Queste sono parole che fino a pochi anni fa sarebbero bastate a chiudere qualsiasi porta ministeriale, mentre oggi vengono rivendicate come un merito. Il percorso di Strippoli, e non solo, dimostra che l’horror, quando gli si concede spazio per crescere, sa farsi sguardo d’autore senza vergognarsi della propria natura, anzi facendone un vero e proprio vanto.
L’Italia non ha meno talento né meno fame, ma meno fiducia e, soprattutto, meno strutture disposte a correre un rischio. Quel rischio, però, è intrinseco nella natura stessa del genere. L’orrore nasce con il cinema, nei diavoli e nei castelli stregati che Georges Méliès faceva apparire e scomparire già nel 1896, nell’espressionismo tedesco di Murnau e Lang, da allora ha sempre svolto un compito che altri generi affrontano con molta più timidezza: dare un corpo a ciò che una società preferisce non guardare. George A. Romero non stava davvero parlando di morti che camminano, ne La notte dei morti viventi, ma di un’America che aveva paura dei propri figli, dei propri vicini e del colore della pelle dei propri eroi, e più avanti avrebbe trovato nel centro commerciale il santuario perfetto per un’umanità già svuotata.
Tobe Hooper, con Non aprite quella porta, non raccontava una famiglia di cannibali texani per il gusto del macabro, ma un Paese che aveva appena smesso di guardare la guerra in televisione e che lasciava marcire le proprie periferie insieme ai mattatoi chiusi. Il mostro è sempre stato uno strumento di diagnosi e chi sottovaluta l’horror sottovaluta in realtà la sua capacità di dire la verità con una precisione che il realismo raramente raggiunge. Infatti, Federico Zampaglione con The Nameless Ballad parla di un’industria che divora chi crea, una ferita che brucia sulla sua stessa pelle, così come Barker o Strippoli parlano dei traumi, delle ansie e delle paure della loro generazione o come Ari Aster o Robert Eggers usano il folklore per parlare dei reali mostri che affliggono la nostra società.
Il folklore andrebbe trattato come una lingua che porta con sé le colpe, le superstizioni e le ferite di chi l’ha tramandata, e per questo può dire molto del nostro presente. Una strada appena imboccata che andrebbe assolutamente battuta con tenacia e insistenza.
Serve coraggio, dunque, da parte di chi scrive e dirige, e serve ancora di più da parte di chi produce, distribuisce e programma le sale, perché il talento senza un’occasione resta un’ipotesi, un mero “what if”. Serve smettere di confrontare ogni nuovo horror italiano con un’epoca d’oro che i suoi stessi protagonisti hanno costruito proprio osando, sbagliando, sperimentando senza la minima riverenza per chi li aveva preceduti. Bava e Argento non chiedevano di essere all’altezza di qualcuno, inventavano, sperimentavano, osavano. Non a caso la filosofia e la psicoanalisi hanno da sempre parlato di uccidere, metaforicamente, i nostri padri o tagliare i cordoni ombelicali come forma più pura di indipendenza.