Tutta la grazia di Paolo Sorrentino

Il cinema di Paolo Sorrentino continua a essere una deviazione elegante e personale, lontana dai cliché italiani, fatta di ironia, silenzi e una grazia rara e inconfondibile.

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Quando si parla di Paolo Sorrentino, spesso si finisce per usare parole grandi: autore, stile, visione, cinema d'arte. Tutto vero. Ma forse il modo più semplice per raccontarlo è un altro: Sorrentino fa un cinema che in Italia non assomiglia a nessun altro. Con il suo ultimo film questa sensazione torna fortissima. Non perché cambi strada, ma perché continua ostinatamente a percorrere la sua. Una strada fatta di immagini eleganti, ironia sottile, malinconia, e di un'idea di cinema che sembra sempre un passo di lato rispetto a tutto il resto.

Ed è proprio lì che sta la sua grazia.

Un cinema lontano da quello "solito"

Il cinema italiano, da anni, si muove dentro confini riconoscibili. Da una parte i drammi familiari, spesso urlati o iper-realisti. Dall'altra il racconto del crimine, della mafia, della violenza, che domina il genere recente. In mezzo, una commedia che troppo spesso si rifugia nel facile, nello sguaiato, nel frivolo.

Sorrentino è altrove. Sempre.

I suoi film non raccontano famiglie "tipiche", non cercano il conflitto sociale diretto, non inseguono il realismo a tutti i costi. Preferiscono parlare di individui soli, di anime stanche, di persone che osservano il mondo più che attraversarlo. Un cinema che non ha fretta di spiegarsi, che non ha paura del silenzio. Anche quando tocca temi profondi, dolorosi, complessi, Sorrentino non lo fa mai nel modo più ovvio. Evita il ricatto emotivo, rifugge il pietismo, e sceglie un'altra via: quella dell'emozione sincera, spesso trattenuta, improvvisa, quasi pudica.

Ironia, non cinismo

Una delle cose che rende il cinema di Sorrentino così distante dal resto è il suo uso dell'ironia. Non è mai facile, mai compiacente. È un'ironia colta, pungente, raffinata, che fa sorridere ma spesso lascia anche un piccolo fastidio addosso, come se avesse toccato un nervo scoperto. Nei suoi film si ride, sì, ma non per distrarsi. Si ride per capire meglio il vuoto, il potere, l'ipocrisia, la vanità. È un'ironia che non giudica apertamente, ma osserva, mette in scena, lascia parlare le immagini e i personaggi.

Anche quando affronta la politica, Sorrentino sceglie una strada tutta sua. Il suo sguardo non è mai didascalico, mai militante. È quasi pop, leggero solo in apparenza, e trasforma il potere in icona, in maschera, in spettacolo. E proprio così riesce a renderlo ancora più inquietante.

Rapporti umani, senza retorica

Un altro elemento spesso sottovalutato del suo cinema: il modo in cui racconta i rapporti familiari e affettivi, lontanissimi dai modelli più abusati del cinema italiano recente. Quando Sorrentino parla di famiglia, lo fa con delicatezza e verità. I suoi legami non sono mai idealizzati, ma nemmeno strumentalizzati. Sono imperfetti, fragili, a volte dolorosi, ma sempre profondamente umani.

Anche quando entrano in gioco temi seri, traumatici, la messa in scena resta sobria, rispettosa, emotivamente onesta. È un cinema che crede ancora nell'intimità, nello sguardo, nei non detti.

Capire la grazia

E allora sì, forse questa è la grazia di Paolo Sorrentino: la capacità di fare un cinema personale, riconoscibile, elegante, senza mai sembrare distante o freddo. Un cinema che non assomiglia a quello che va per la maggiore in Italia, come se giocasse un altro campionato, di tutt'altro livello.

Sorrentino non racconta l'Italia come siamo abituati a vederla sullo schermo. E nemmeno quella che vediamo ogni giorno con i nostri occhi. Ne costruisce una sua, filtrata, stilizzata, emotiva. Un'Italia che a volte sembra irreale, ma che riesce comunque a parlarci in modo diretto, intimo, profondo. In un panorama spesso prevedibile, il suo cinema è una deviazione, una pausa, un gesto di stile che non è mai fine a se stesso.

Questa è la sua grazia. E, film dopo film, continua a essere qualcosa di raro.

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