Lello Arena in esclusiva a BadTaste: "Con Massimo Troisi abbiamo fatto cose incredibili, ci piaceva osare. Oggi lavoro a una storia comica sull'invecchiamento"
Lello Arena, noto attore e regista, si racconta in esclusiva a BadTaste tra ricordi del passato, progetti del presente e nuove sfide professionali da accogliere in futuro. Un avvenire all'insegna dello studio e del rinnovamento.
Lello Arena risponde al telefono con un sorriso, già questo basterebbe per l'inizio di una sceneggiatura. Probabilmente un racconto distopico perchè trovare qualcuno ancora in grado di sorridere al mattino presto non è soltanto raro, ma anche prezioso. Ancor più se a scegliere di essere felice è qualcuno che, in un passato tutt'altro che remoto e in un presente dalle suggestioni altalenanti, è riuscito – nel senso più nobile possibile – a rendere felici gli altri.
Lello Arena tra cinema e teatro
Il talento e la compostezza non conoscono epoca e non hanno barriere. Quindi, con l'interprete e regista si può parlare davvero di qualsiasi cosa perché la voglia di mettersi in gioco e ripercorrere le emozioni che ha vissuto e vive resta la stessa. Una scintilla in grado di fargli amare ancora il proprio lavoro.
È possibile dunque passare ad affrontare temi importanti legati all'amicizia e al legame con Troisi, ma si può (anzi, si deve) parlare anche di un presente in cui Arena si impegna a collaborare con artisti emergenti per dare loro una possibilità al cinema e a teatro. L'ha fatto tra gli altri con personalità del calibro di Vincenzo Comunale e Aurora Leone (The Jackal). Lello Arena è un fiume in piena tra ricordi, idee e consapevolezza.
Un artista a tutto tondo
Una minima parte di questa fonte (tra saggezza e un pizzico di sana follia) ha deciso di condividerla con BadTaste, in una chiacchierata che spazia su più fronti ma dimostra quanto un veterano del teatro e del cinema come si conferma essere Arena non solo abbia ancora molto da dire, ma può offrire persino una prospettiva che, dal punto di vista scenico e performativo, rischia di essere ignorata. Le sfide del futuro non possono prescindere dall'esperienza. L'attore e regista partenopeo ne ha da vendere.
Dalla sua opera prima “Chiari di luna” a “Finalmente sposi” sono passati 30 anni: quest’attesa prima di tornare a dirigere un’opera a cosa è dovuta? Non ci sono state altre occasioni nel frattempo oppure ama fare altro piuttosto che dirigere?
"In realtà, come in tutti i casi, ne deve un po' valere la pena e poi – in realtà – bisogna avere anche l'opportunità di dare una mano. Subentrare in un momento nel quale c'è bisogno. Rimboccarsi le maniche e dare una mano in senso concreto nel momento più giusto. Per quanto riguarda "Chiari di luna" è un film che amo ancora molto e curiosamente poi risulta anche tra i più visti nelle varie piattaforme e sulle varie reti. "Finalmente sposi", invece, nasce da una serie di combinazioni soprattutto di tipo affettivo. Sono molto legato sia professionalmente, perchè abbiamo fatto tante cose insieme, sia emotivamente per una stima enorme che ho nei confronti di Enzo e Monica (gli Arteteca ndr). Quando si è creata la possibilità per loro di fare un altro film, in qualche maniera sono entrato a far parte di questo progetto per agevolare una quadra nella direzione. Ho pensato che fosse il momento opportuno per rimettermi in gioco e dare una mano. Fortunatamente perchè poi è un film che è molto piaciuto, ha avuto ottimi incassi, è servito per proteggere il talento, il racconto e la struttura delle vicende dei protagonisti. Una commedia con innumerevoli passaggi e altrettante sfumature messe in evidenza da professionisti inappuntabili. Deve sempre valere la pena: non ci si può mettere alla regia tanto per fare qualcosa, nel mio caso sono felice di aver dato un contributo concreto al settore in due opere tanto diverse quanto necessarie".
Come gestire il successo
Lei ha preso parte a opere che hanno segnato un’epoca, anche in termini di incasso: in primis cosa cambia, in termini di gestione professionale, dopo successi di tale portata (c’è più paura di rimettersi in gioco o voglia di tornare subito a raccontare una nuova storia)? È possibile gestire un successo senza bruciarsi oppure conviene fare come Checco Zalone: lasciar passare anni tra un film e l’altro?
"Non esiste una ricetta su questo, ognuno fa come ritiene più giusto per la propria carriera. Io personalmente dopo 50 anni di carriera dovrei essere in grado di stabilire una sorta di viatico da consigliare agli altri, ma essendo ancora in azione e attività valuto ogni volta caso per caso come possa essere meglio agire. Cosa conviene fare: se sparire un po' o ritornare immediatamente all'attacco? Ogni volta è diverso, ogni volta devi fare anche i conti con il tuo stato. Come stai, nel vero senso della parola, spesso se hai avuto un grande successo al cinema magari conviene andare in teatro per cercare di riabbracciare dal vivo certe porzioni di pubblico per poi diversificare ancora e tornare in sala. Trovare il giusto equilibrio tra un'idea e l'altra è quello che rende ancora così bello il nostro mestiere. Fare i conti con l'inaspettato. Non esiste ancora una ricetta perfetta su come gestire il proprio successo. Se ci fosse qualcuno in grado di fornirla, probabilmente staremmo tutti meglio ma avremmo perso qualcosa in termini di adrenalina. Le regole, anche di gestione, sono fatte per essere infrante (ride ndr)".
Nello specifico: c'è qualche regola che lei ha infranto, però in carriera le ha portato buoni frutti?
Politicamente corretto: croce o delizia per un attore?
La sua forza, in termini interpretativi, è sempre stata quella di usare una dialettica pungente in grado di lasciare il segno: come gestisce lo spauracchio del politicamente corretto, è veramente un problema muoversi entro certi limiti per un attore al cinema rispetto al teatro?
"Io credo che una buona invenzione comica, realizzata bene e nel rispetto dei ruoli, dove sia ben chiaro l'intento di non offendere nessuno ma di fare esclusivamente comicità, dev'essere sempre messa in scena senza timore. Faccio un esempio: all'interno di "No grazie il caffè mi rende nervoso", quando lui esce per liberare la giornalista che è stata catturata, si trova all'interno di un palazzo e improvvisamente sente rantolare qualcuno dentro uno sgabuzzino. Apre la porta e trova uno all'interno, legato e imbavagliato, allora chiede: "Lo sai dov'è la giornalista?". Quest'ultimo continua a rantolare allora viene liberato e alla stessa domanda risponde sempre a rantoli perchè è una persona che non parla, affetta da mutismo. In quel caso il pubblico ride non per il mutismo della persona coinvolta, ma perchè è stato imbavagliato qualcuno che non parla. Ecco, quando ci sono queste specifiche all'inizio anche la battuta è concessa. Se poi si deve ricorrere allo sberleffo gratuito o al body shaming per strappare una risata forzatamente, quella non è comicità ma semplicemente mancanza di rispetto".
"Le richieste di Massimo sono sempre state, in qualche maniera, spericolate. Farmi tagliare la barba è niente in confronto a quello che mi ha chiesto di fare in scena negli anni (ride ndr). Girare un piano sequenza, come quello in "Scusate il ritardo", sotto la pioggia e con tutta l'acqua che schizzava e doveva arrivare al momento giusto, con tutto il repertorio di una persona che deve ragionevolmente recitare un dolore legato a problemi di cuore, è stato tutt'altro che semplice. Erano delle richieste veramente da fantascienza (ride ndr), quello che mi piace ricordare oggi che purtroppo rimaniamo sempre più orfani di Massimo e del suo genio creativo è proprio questa capacità che aveva di chiedermi sempre cose molto particolari. Molto indiavolate, se vogliamo. Questo faceva parte di un'intesa incredibile che c'è stata fin quando siamo stati insieme. Massimo scriveva sempre una sceneggiatura prima e dopo aver deciso che personaggio affidarmi faceva con me un lavoro di rinforzo per quanto concerne la parte comica. Ri-lavorare solo sulle sezioni che mi vedevano in azione insieme a lui, così ci siamo poi inventati tutto quello che avete visto e che persiste ancora oggi rendendo queste scene impossibili da replicare".
L'invisibile filo rosso
L’abbiamo vista anche ne L’Invisibile filo rosso: una storia che intreccia memoria storica e impegno civile, che esperienza è stata dal punto di vista professionale ed emotivo?
Lei lavora anche con tantissimi giovani, abbiamo visto CIOè su RaiPlay, pensa di fare qualcosa con loro anche al cinema in un prossimo futuro (visto quello che ha fatto con gli Arteteca)?
"Alcuni di loro sono già diventati miei compagni di tournée perchè sono stati insieme a me in un allestimento teatrale di Aspettando Godot, altri invece vanno direttamente sui social e quindi sono protagonisti di format specifici che li portano egregiamente al successo. Ci saranno anche delle serie, nell'immediato futuro, che li vedranno impegnati all'interno di un progetto nella piattaforma di RaiPlay. Questo è quello che abbiamo sempre pensato di dover fare quando abbiamo cominciato CIOè. Un posto dove conoscersi per selezionare nuove leve per il domani, coinvolgendoli e utilizzandoli all'interno di quelle che sono tutte le occasioni possibili di spettacolo che attualmente il mercato offre anche grazie al Web. C'è molto da fare e molti sono già degli ottimi talenti in grado di farsi conoscere e mettersi in mostra anche in sala. Conta il contesto a prescindere dal mezzo, questo devono capire in quanto professionisti a tutto tondo".
Generazione di fenomeni
Della nuova generazione di attori napoletani che stanno emergendo chi le piace particolarmente?
"Ce ne sono moltissimi, gli Arteteca sono ancora molto giovani (ride ndr). Sicuramente se dovessi fare un nome preciso scommetterei ancora su di loro, ci sono molte persone però che fanno cabaret e standup comedy che sarebbero già pronte per il grande salto al cinema. Uno di questi è Vincenzo Comunale: è già un talento pronto, uno molto formato che però continua a fare standup perchè la ritiene un po' la sua comfort zone. Ha cominciato così e, quindi, si sente sicuro ma lui potrebbe osare tranquillamente. È in grado di mettere quella verve comica che ha al servizio di personaggi comici in un film o una serie. La standup comedy è bellissima, ma per uno con il suo talento è limitativa. Lui ha con il pubblico un rapporto speciale: la gente aspetta le sue proposte che, per adesso, secondo me, racchiudono il suo estro solo in parte. Si merita un'opportunità da protagonista".
Dobbiamo fare anche un altro nome che conosce bene: Aurora Leone...
Spendersi per un'idea
Lei, insieme a Massimo Troisi ma non solo, ha sempre esaltato – in qualche maniera – anche la capacità di essere spalla per poi tornare a prendersi la scena in altri frangenti: è difficile oggi far capire alle nuove generazioni l’importanza, anche sul set, di fare talvolta un passo indietro per agevolare un momento potenzialmente perfetto?
"Secondo me, ogni tanto, ci si fa un po' prendere dalla sindrome di chi sei tu e chi sono io. Questo succede a chiunque. Si cerca di fare delle cose entro cui ciascuno cerca di definirsi. Invece quello che conta più di ogni altra cosa è l'idea che è venuta fuori in scena. Se c'è una bella idea in ballo che richiede il tuo lavoro, in qualsiasi modo, allora lì per quanto mi riguarda non è che bisogna fare solamente i passi indietro: occorre fare anche i passi di traverso, se necessario (ride ndr). Bisogna anche capovolgersi rispetto alla consuetudine, se serve, affinché possa essere funzionante a un espediente comico e alla riuscita collettiva di una performance. Per fare questo bisogna avere l'umiltà e la lucidità di non mettersi al centro della scena ma defilarsi leggermente affinché a trionfare sia il prodotto e il risultato collettivo".
"Il cinema italiano, oggi, non sta tanto bene ma non per colpa degli autori. Secondo me, per colpa un po' di questo equivoco che si è venuto a creare: si possono fare dei film, ma prima si facevano dopo aver valutato l'impatto che potevano avere sull'immaginario collettivo. Rispetto anche al tipo di pubblico specifico che voleva ricercarsi. Oggi si fa anche qualcosa che si ostina a chiamare cinema e lungometraggio, ma è un ibrido destinato alle piattaforme che talvolta non giova alla causa. È solo un bene di consumo. Vedo spesso molti nomi di qualità costretti a svendersi anche per fare l'opera usa e getta. Per carità: tutti devono mangiare, quindi si fa quello che il mercato garantisce. Questo pressappochismo, però, non giova ad alimentare il nuovo cinema italiano. Intrappolato spesso in meccanismi che non rendono giustizia a chi ha un'idea innovativa. Secondo me c'è tanta gente di valore che potrebbe essere incentivata diversamente".
Invecchiare con ironia
La rivedremo a breve sul grande schermo per qualche progetto? A cosa sta lavorando?