Nicola Maccanico spiega la strategia di Vision: "Puntare su film che hanno un pubblico chiaro"
Come conta Vision Distribution di evolvere la distribuzione italiana, con quali obiettivi nasce e che film intende cercare di portare in sala
L’idea è quella di creare la distribuzione che non c’è e di partire il più forte possibile (anche per questo motivo Vision ha annunciato una partnership con Medusa in virtù della quale si potrà avvalere della loro rete di sale “Loro rafforzano noi, ma anche noi rafforziamo loro” ha commentato Maccanico). La distribuzione che non c’è sarebbe una più moderna, capace di lavorare sui film diversamente da come viene fatto oggi in Italia (questa è un’esplicita richiesta dei 5 produttori). Anche per questo motivo Vision punta ad un catalogo ristretto, per non affollare le sale di film e lavorare bene su ognuno di essi. Il riferimento implicito che nessuno fa qui è a 01 Distribution, che invece negli ultimi anni ha messo in sala un film ogni due settimane circa, non riuscendo a seguirli tutti come si dovrebbe.
Chiude il catalogo italiano Lui È tornato (remake dell’omonimo film tedesco con Hitler che spunta nel nostro presente, adattato al nostro fascismo), di Luca Miniero, scritto da Nicola Guaglianone per Indiana.
A dimostrazione del fatto che Vision non intende distribuire solo titoli dei propri soci ma muoversi anche sul cinema straniero è stato annunciato il dramma femminile Colette con Keira Knightley (questo distribuito in partnership con Good Films)
Sentendo i produttori che hanno dato vita al progetto mi pare che Vision nasca da un’insoddisfazione per la distribuzione italiana...

Come volete migliorare il marketing?
Vision non distribuirà solo film dei 5 produttori che l’hanno fondata ma anche altri. Allo stesso modo i produttori soci sono liberi di rivolgersi ad altre distribuzioni. Ma tu sei invece libero invece di rifiutare dei loro film e quali tipi di film rifiuteresti?
“La concorrenza è indispensabile, altrimenti il settore non migliora. Se ci basassimo su un modello chiuso, in cui facciamo solo i nostri film obbligatoriamente allora saremmo condannati a fallire. Io voglio prendere solo i film che rientrano nella nostra linea, ovvero quelli capaci di connettersi con il pubblico tramite elementi di originalità nella storia o tramite un punto di vista diverso, ma soprattutto film che parlino ad un pubblico specifico ben individuabile”.
“Sì è vero, ma è anche vero che l’interesse per il prodotto italiano non è morto. Noi beneficiamo dell’accesso diretto ai dati di Sky e sappiamo ad esempio che il 43% degli abbonati Sky va al cinema più di una volta al mese, quindi abbiamo una base di clienti e potenziali spettatori enorme. Dobbiamo cambiare il linguaggio con cui gli proponiamo i film.
Il pubblico sceglie i film italiani non per la scala produttiva, quello è il motivo per il quale sceglie gli americani. I nostri li sceglie per le storie che raccontiamo, sono quindi film che vanno spiegati e raccontati”.
In che maniera contate di farlo?
L’intenzione è impeccabile ma sappiamo tutti che di mezzo ci sono le altri componenti della catena produttiva. Devi avere a che fare con chi il film lo gira, chi lo confeziona e poi dopo con chi lo proietta. Come pensi di fargli fare un lavoro differente?
La sala ad esempio credo debba ragionare sulla qualità, perché il ragionamento quantitativo fa prevalere alcuni film e tramuta gli altri in carne da macello. Dobbiamo far percepire la sala come un luogo di qualità. Fino a qualche anno fa si pensava che per vedere le cose migliori occorresse andare in sala ma oggi questa percezione non c’è più, la televisione ha dimostrato che non è così. Credo che la presenza diffusa di qualunque tipo di prodotto in sala vada limitata, dobbiamo promuovere meglio i film ma anche consegnare alle sale i prodotti migliori”.
Avete intenzione di cambiare il sistema di finestre distributive come esiste ora?
“Se avremo la possibilità di fare esperimenti in piena condivisione con l’esercizio saremo lieti di farli ma non è una nostra priorità. La nostra priorità è prima di tutto portare gente al cinema”.
“Credo che tutto il comparto alla fine sia vittima di una sorta di resistenza al cambiamento, tutti hanno paura di cambiare. Il mondo della produzione non è certo brillato per capacità innovativa. La distribuzione ha portato avanti modelli più lenti degli usi e costumi degli spettatori. E infine gli esercenti non sono stati migliori. Tutti gli operatori negli ultimi anni hanno battuto strade facili,invece dobbiamo prendere dei rischi. E per convincere gli altri a farlo credo che basti la paura che una certa cinematografia già ha di sparire”.
Pensi di essere stato scelto da Vision in virtù del tuo lavoro per una major americana?
Questa intervista è una versione ampliata di una conversazione con Gabriele Niola originariamente comparsa su Screen International