13 Assassini - la recensione
13 Assassini è uno spettacolare film di samurai diretto dall'ultimo grande mestierante che il cinema mondiale conosca: Takashi Miike..
Passato allo scorso festival di Venezia (alla cui proiezione si poteva ammirare un Tarantino applaudire entusiasta durante le scene più ardite) arriva, e finalmente, nei nostri cinema uno dei film più belli girati da Takashi Miike.
Miike è anche uno dei più riveriti maestri del gore, dell'horror e dell'azione, un mestierante come non ce ne sono più, capace di parlare solo per inquadrature e montaggio, rapido tanto nel realizzare quanto nel raccontare.
13 Assassini è un jidai geki puro, ovvero un film di samurai che rispetta tutte le regole del proprio genere. La storia fonde suggestioni da Il mucchio selvaggio ad un'impostazione di base che ricorda I sette samurai ma in realtà si rifà all'omonimo 13 Assassini di Eiichi Kudo, datato 1963 (a sua volta ispirato al film di Kurosawa). Tutto filtrato attraverso l'idea di cinema asciutto e disturbante che da sempre Takashi Miike porta avanti. E se solitamente le immagini più fastidiose proposte dal regista sono quelle sanguinolente e spaventose, in 13 Assassini, dove la mutilazione e gli aghi negli occhi (per citare solo due dei suoi tanti topoi) sono ridotti al minimo, il disturbo viene dagli elementi più impensabili.
Ma lo straordinario talento del regista non sta solo nel riuscire ad unire istanze, stili e fonti diverse quanto nel sapere che ogni immagine può parlare, anche se sullo schermo rimane per un solo secondo. Le ironie lasciate al personaggio del guerriero delle foreste (quello dall'etica più miikiana), lo spettacolare campo in cui le spade sono piantate come fiori e un'esplosione di sangue iperbolica alla fine di un piano sequenza sono solo alcuni esempi della valanga di idee che Miike profonde in un film in cui la narrazione è portata avanti con la forza delle scene d'azione e le scene d'azione sono narrative quanto i dialoghi.