A Knight of the Seven Kingdoms: la miglior serie ambientata nell'universo di Martin

Tra tornei, cavalieri erranti e destini minori, la serie HBO riscopre il lato più umano dell’universo di Martin.

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Prima di parlare di A Knight of the Seven Kingdoms, la nuova serie originale di HBO distribuita in Italia da HBO Max, è importante fare un passo indietro e parlare della raccolta di storie brevi che George R. R. Martin ha scritto nel 1998 e da cui è tratta (se volete recuperarla, e ve lo consigliamo, l’edizione italiana è curata da Mondadori). Contrariamente a Le cronache del ghiaccio e del fuoco, in questa raccolta di storie manca un elemento spudoratamente fantastico. Siamo sempre nello stesso universo narrativo, sempre a Westeros. I due protagonisti sono un cavaliere e il suo scudiero. Niente grandi lord e nemmeno grandi cospirazioni per ottenere il potere. L’attenzione del racconto si concentra esattamente sul rapporto che unisce questo cavaliere al suo scudiero e sulla loro vita quotidiana, tra sfide, duelli e tornei.

È evidente la differenza anche con Fuoco e sangue, il libro da cui è stata tratta House of the Dragon e in cui sono stati messi insieme gli eventi più importanti che riguardano i Targaryen. Temporalmente, la storia di A Knight of the Seven Kingdoms si svolge a cavallo tra Le cronache del ghiaccio e del fuoco e Fuoco e sangue: i Targaryen regnano ancora sui Sette Regni, ma non hanno più i loro draghi e quindi è diventato più difficile mantenere il controllo sulle altre Case ed evitare ribellioni. La stessa Westeros sembra essere una terra diversa: l’inverno non è ancora arrivato; ci sono primavere ed estati, e tra le persone c’è un’atmosfera di speranza e possibilità. Non di benessere, intendiamoci, ma di tranquillità.

I tornei non sono un’eccezione. Ed è proprio durante uno di questi tornei che facciamo la conoscenza di Ser Duncan l’Alto: diventato da poco cavaliere, ha deciso di iscriversi alle gare per cercare di farsi un nome e ottenere l’attenzione delle Case più grandi e potenti. Durante il suo viaggio incontra Egg, un ragazzino spigliato e determinato, che gli chiede di prenderlo come suo scudiero. Questi due personaggi, nella loro diversità, diventano il centro del racconto di A Knight of the Seven Kingdoms, perché si completano a vicenda. Ser Duncan, da tutti chiamato Dunk, è grosso e forte ma non particolarmente sveglio. Egg, al contrario, è decisamente minuto, anche per i bambini della sua età, e ha un’intelligenza spiccata che più volte rischia di metterlo nei guai.

La raccolta di storie brevi e la serie TV seguono più o meno lo stesso percorso. Per ora, A Knight of the Seven Kingdoms si concentra sulla prima storia (ce ne sono altre due: La spada giurata e Il cavaliere misterioso, che molto probabilmente faranno da base per le prossime stagioni). La caratterizzazione dei personaggi varia, ma di pochissimo: si tratta perlopiù di sfumature che in video possono essere approfondite diversamente, con un’attenzione maggiore. Martin ha lavorato fianco a fianco con Ira Parker, co-showrunner della serie e scrittore, o co-scrittore, di tutti gli episodi. I due protagonisti, Ser Duncan ed Egg, sono interpretati rispettivamente da Peter Claffey e Dexter Sol Ansell. Insieme sono assolutamente perfetti, sia da un punto di vista fisico, per quanto riguarda la presenza scenica, sia da un punto di vista caratteriale.

La cosa più interessante di A Knight of the Seven Kingdoms è la sua essenzialità, ed è questo il tratto comune più importante che condivide con la raccolta di storie brevi di Martin. L’essenzialità nella messa in scena, nei rapporti che uniscono i vari personaggi (a parte qualche eccezione, sappiamo immediatamente chi è chi), nei dialoghi e nel modo di esprimersi, e persino nel worldbuilding. La storia di A Knight of the Seven Kingdoms non si svolge in più città o in più regioni del continente di Westeros: siamo sempre nello stesso luogo. A volte, seguendo i flashback e i ricordi di Ser Duncan, andiamo nel passato e ci ritroviamo tra le stradine e i vicoli di Approdo del Re. Ma buona parte del racconto si divide tra le tende del campo che circondano il castello dove si tiene il torneo e il castello stesso. Ser Duncan non è un cavaliere di alto rango o un nobile: è un cavaliere errante, e anche questo aggiunge un ulteriore elemento alla caratterizzazione della storia.

A Knight of the Seven Kingdoms, la serie TV, funziona perché è semplice, perché gioca con il genere senza lasciarsi travolgere e perché sa trovare una sua dimensione e un suo tono. Soprattutto, non ha alcun bisogno di paragoni o di continui raffronti con la serie madre, Game of Thrones. Rispetto agli altri due titoli ambientati a Westeros, riesce inoltre a conservare un’ironia mai superficiale ma sempre intelligente e dissacrante, che prende in giro - nemmeno così velatamente - una certa epica. Si parla di fare la cosa giusta, in A Knight of the Seven Kingdoms, e di rispettare il codice d’onore dei cavalieri, ma anche di povertà, di ultimi, di chi, nonostante tutto, è in grado di farcela e di cambiare, talvolta letteralmente, il proprio destino. Ser Duncan non colpisce per il suo carisma o per le sue capacità (non in questa prima stagione, quantomeno); eppure riesce quasi naturalmente a farsi benvolere da tutti, anche dai nobili che incontra.

A Knight of the Seven Kingdoms è una serie sulle parole e sul loro significato, su ciò che possono fare alle persone e su come, volenti o nolenti, possano cambiare gli equilibri di potere. È anche una serie che riflette sulla società, sui ruoli e sulle differenze tra i singoli individui. I Targaryen, che sono comunque una parte importante del racconto e dell’ambientazione, vengono quasi costretti a riadattarsi a una dimensione più piccola e contenuta, come quella di un castello lontano dalla capitale, per partecipare e assistere a un torneo. Questa semplificazione narrativa, però, non appiattisce mai il tono o l’andamento generale del racconto; anzi, li esalta, ispessendoli e dando loro un’altra complessità, che non si affida al genere o all’elemento fantastico, ma sopravvive grazie alla coerenza dell’universo narrativo e all’unicità dei personaggi incontrati dai protagonisti.

I flashback, che tornano con una certa regolarità nel corso delle puntate, servono a fornire ulteriori elementi e spunti di riflessione. Il protagonista, Ser Duncan, racconta di aver fatto il suo giuramento poco prima della morte del cavaliere di cui era scudiero, e questa vicinanza con quest’uomo silenzioso e a tratti burbero, che parlava solo quando voleva e passava il suo tempo tra locande e case di piacere, lo ha condizionato profondamente. Gli ha mostrato un altro modo di essere cavaliere, l’unico che crede possibile e giusto seguire. Un cavaliere combatte per proteggere gli innocenti, e Ser Duncan non esita a intervenire in difesa di una marionettista incontrata al torneo. E, nonostante la diffidenza iniziale nei confronti di Egg, alla fine decide di prenderlo con sé, forse perché rivede in lui la propria solitudine e fragilità.

In appena sei episodi, A Knight of the Seven Kingdoms riesce a distinguersi rispetto a Game of Thrones e a House of the Dragon, proprio perché è spassionatamente sé stessa. Non si nasconde e non cerca a tutti i costi di compiacere il pubblico riprendendo situazioni o stilemi già visti; anzi, prova a esorcizzare qualunque paragone prendendo in giro, in modo piuttosto evidente, l’epica e il tono estremamente serio delle altre serie. I due attori principali imparano velocemente a fare i conti con i loro ruoli e con la materia della storia: sono credibili, sinceri, calati nella parte, e si muovono tra di loro e con gli altri personaggi in modo estremamente naturale. È questa naturalezza, insieme all’essenzialità della serie, a rendere A Knight of the Seven Kingdoms una delle migliori trasposizioni dei libri di Martin, più delle ultime stagioni di Game of Thrones, inutilmente spedite e ridondanti, e più della seconda metà dell’ultima stagione di House of the Dragon, costretta da dinamiche troppo grandi e, a tratti, drammaturgicamente eccessive.

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