A Quiet Place: Giorno 1, la recensione
Puro dispositivo di tensione e paura A Quiet Place: Giorno 1 si distingue per un'inedita rassegnazione alla tragedia
La recensione di A Quiet Place: Giorno 1, il film prequel della saga che esce in sala il 27 giugno.
A Quiet Place: Giorno 1 non è uno dei film migliori della stagione, per quanto il meccanismo di tensione e paura che reggeva gli altri due film ci sia, e funzioni più che discretamente anche qui, ma è uno di quelli in cui con maggiore evidenza emergono sentimenti e sensazioni del presente americano. A lungo Sarnoski (che non viene dal cinema mainstream ma da quello indipendente) sembra voler far funzionare il film come un puro dispositivo. Un canovaccio c’è (e ha le caratteristiche di superficiale originalità tipiche del cinema indipendente americano) ma è così inutile che per gran parte vediamo quasi cinema non-narrativo che assolve più che altro alle funzioni del suo genere: spaventare e mettere tensione. Quando (troppo tardi) sconfina nella creazione di personaggi, archi narrativi e una forma di purificazione molto bambinesca, è semplicemente terribile. Nelle parti in cui dovremmo conoscere meglio i personaggi il film diventa apertamente dozzinale. Meglio quando si maschera da puro dispositivo per l’elicitazione di sensazioni forti attraverso la tensione.
A stupire però è come questo prequel, nonostante viva del presupposto implicito che la razza umana poi non sia riuscita ad arginare gli alieni, nonostante crei una specie di famiglia alternativa (lui, lei e il gatto) e nonostante si chiuda con un sorriso e una sorta di catarsi personale, lo stesso è un film che afferma l’esatto contrario dei suoi simili. Scegliendo una protagonista malata di cancro sceglie anche di poter non cercare mai davvero la salvezza e si apre alla rassegnazione. Anche la spalla (Joseph Quinn), che non ha nessuna malattia, non sceglie la salvezza a tutti i costi, almeno non subito, e preferisce seguire la missione senza senso di Lupita Nyong’o (andare a cercare l’ultimo pezzo di pizza della sua pizzeria preferita), come attirato da un nichilismo che sembra impedirgli di desiderare ardentemente di salvarsi.